La lunga saga di Telecom Italia vive un nuovo capitolo con l’ingresso di Poste Italiane nel capitale dell’ex monopolista della rete telefonica nazionale al posto di Vivendi. Come avevamo anticipato nei giorni scorsi discutendo con l’avvocato Luca Picotti, dopo dieci anni di investimento il gruppo fondato dal magnate francese Vincent Bolloré ha iniziato la graduale ritirata dal capitale sociale del gruppo di Via Negri, che sarà sostituito pressoché integralmente da Poste.
Già seconda compagnia nel capitale di Tim, con poco meno del 10%, Poste rileverà almeno il 15% di Vivendi e salirà fino al 24,8% delle quote, contribuendo a una presenza non solo segnaletica ma pienamente operativa per riportare di fatto nel perimetro dello Stato, a quasi trent’anni dalla scelta del primo governo Prodi di privatizzarla (1997), una società strategica e intenta a una profonda evoluzione. Che chiavi di lettura si possono dare a questa strategia? Sono almeno tre i livelli di analisi dell’affare Tim.
Le manovre del Tesoro su Tim
In primo luogo, lo Stato accetta di riportare nel perimetro delle sue attività una Tim frammentata. L’azione di Poste contribuisce a segnare la definitiva tripartizione del gruppo compiuta per decisione dello Stato. Il Governo Meloni, in continuità con quello di Mario Draghi, ha innanzitutto accettato la scelta del Cda di Tim di vendere la rete primaria e secondaria scorporata nella compagnia NetCo al fondo americano Kkr tra il 2023 e il 2024, aprendo di fatto alla prospettiva che il colosso newyorkese del private equity diventasse il kingmaker nella partita italiana della fibra e delle reti, vista la sua parallela partecipazione in Fibercop.
Il Tesoro è stato partner dell’operazione e ha, in seguito, contribuito assieme all’operatore Retelit (controllato dal fondo spagnolo Asterion) a presentare un offerta per Sparkle, la strategica azienda del gruppo Telecom operante nel settore dei cavi sottomarini, che per 700 milioni di euro dovrebbe concretizzarne lo scorporo. Ora arriva la terza mossa della mano pubblica: Poste, controllata per due terzi da Cassa Depositi e Prestiti, la banca pubblica di proprietà del Ministero dell’Economia e delle Finanze, diventerà azionista primario in Telecom/Tim. Tre operazioni per una sostanziale divisione dell’attività: Sparkle potrà godere di vita autonoma, Kkr terrà il controllo dell’infrastruttura col presidio di sicurezza nazionale del capitale pubblico, Tim resterà una compagnia di servizi.
Lo scacco alla Francia
E qua veniamo al secondo punto: la somma di manovre incentivata dal Governo Meloni segna, di fatto, la fine della strategia francese di conquista dell’operatore di rete. E dunque lo scacco per Parigi nella grande sfida franco-americana per la conquista della rete, che Vivendi intendeva scalare dal suo ingresso nel decennio scorso e che negli ultimi mesi era entrata nel mirino di un altro gruppo transalpino, Iliad, in sinergia col fondo britannico Cvc.
Giovanni Pons su Repubblica ha sottolineato che il Tesoro guidato da Giancarlo Giorgetti he promosso “stop a francesi e Cvc e via libera a Poste nel capitale di Tim per realizzare le promettenti sinergie industriali tra i due gruppi. La fusione con Iliad potrà essere ancora d’attualità ma a condizioni ben differenti: scorporando la Tim Consumer e facendo entrare lì i francesi, sotto il controllo degli italiani e non viceversa”.
Il capitalismo politico in scena
La terza chiave di interpretazione ha a che fare col mutato vento culturale nella governance dell’economia e rilancia l’idea della presenza dello Stato e delle bandiere nazionali sugli asset, specie quelli legati a compagnie che gestiscono servizi di pubblica utilità o hanno alle spalle importanti investimenti. Dalla possibile sinergia con Starlink, la costellazione di Internet via satellite gestita da SpaceX, allo sviluppo del 5G nazionale sono molti i campi su cui Telecom deve prendere decisioni che impatteranno a livello di sistema-Paese e su cui, dunque, il presidio indiretto dell’autorità pubblica è ritenuto prioritario.
Telecom è stata simbolo della vendita sul mercato di monopoli pubblici nel pieno della svolta degli Anni Novanta. Ora mostra il nuovo teatro di competizione fatto dalla sovrapposizione tra la presenza attiva di fondi e conglomerati multinazionali e una tensione al ritorno dello Stato che si manifesta ora in competizione ora in sovrapposizione con l’altro processo. Rendendo variabile la geometria di un capitalismo sempre più “politico” nella scelta delle sue priorità. L’era di Prodi e delle privatizzazioni sembra lontana un’era geologica, non trent’anni.

