La firma del trattato che il 15 novembre scorso, ha inaugurato la Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep) comprendente i dieci Paesi Asean, la Nuova Zelanda e le quattro maggiori potenze economiche del Pacifico occidentale (Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia) è uno dei più rilevanti eventi occorsi in questo anno estremamente complesso per gli affari internazionali. Il contenuto dell’accordo è ancora segreto ma è probabile che questa sinergia eliminerà il 90% delle tariffe sulle esportazioni tra le parti entro i prossimi 20 anni espandendosi in diversi rami decisivi per il commercio regionale quali l’e-commerce, le politiche di concorrenza e i diritti di proprietà intellettuale
La Rcep è, sotto il profilo commerciale, un grande successo di Pechino, che eredita la possibilità di saldare attorno a sè un ampio blocco di libero scambio facendo affondare la strategia del contenimento commerciale sospesa dagli Stati Uniti dopo il ritiro dal Tpp operato dall’Amministrazione Trump. Ma non solo: lo Zeitgeist economico dell’anno della pandemia vede la maggior quantità di energie vitali e stimoli produttivi concentrati nel teatro dell’Asia-Pacifico. Ed è un sintomo di questa vitalità il fatto che Paesi così diversi tra loro cerchino nella sinergia commerciale un punto di convergenza.
Come fa notare La Voce, il trattato unisce Paesi contraddistinti da un “elevato grado di complementarietà produttiva: vi partecipano paesi industrializzati alla frontiera della tecnologia e paesi emergenti che possono coprire in modo efficiente le produzioni a più alto contenuto di lavoro. Questa complementarietà è proprio l’elemento da cui dipende il successo degli accordi commerciali che includono facilitazioni sulle produzioni realizzate prevalentemente all’interno”. Il nuovo mondo multipolare, di cui per anni si è discusso come ipotesi di studio geopolitica e legata al futuro delle alleanze militari, nasce in realtà sulla filigrana della regionalizzazione delle catene del valore e degli apparati produttivi.
Festina lente, affrettarsi lentamente. La diplomazia dei Paesi Asean, dall’Indonesia alla Thailandia passando per il Vietnam, ha seguito questo principio assecondando i cambiamenti della globalizzazione e completando la firma nel tempo e nel contesto più favorevole. I Paesi del gruppo ottengono quell’integrazione commerciale che sotto il cappello della “Nuova via della seta” difficilmente avrebbero potuto gestire politicamente, mentre Pechino risolve, almeno nel breve e medio periodo, il dilemma del futuro della Belt and Road Initiative, messa in discussione dall’iper-estensione e dall’apertura di fronti di crisi sul suo percorso. Da un lato, di conseguenza, la Cina spinge con maggiore forza, in questa fase, sulle vie della seta “leggere”, promuovendo il suo soft power e la sua produzione di avanguardia sul fronte sanitario e tecnologico. Dall’altro, come detto, asseconda la regionalizzazione degli scambi valorizzando la strategia della dual circulation (aumento del consumo interno e al contempo grande importanza al commercio e agli investimenti diretti) proposto dal più recente Piano Quinquennale.
Agendo sul doppio binario della crescita interna e dello sviluppo degli investimenti all’estero nei prodotti a più alto valore aggiunto la Cina vuole conseguire una crescita sostenuta puntando a integrare nel suo circuito iper-tecnologico le catene del valore delle imprese giapponesi e sudcoreane.
Tokyo ottiene dall’accordo una relativa distensione con Seul, l’avvicinamento a un moderato modus vivendi con la Cina e sceglie di partecipare attivamente alle mosse future dell’area economica decisiva per il rilancio dell’economia globale.
L’Australia si è connotata negli ultimi mesi come “falco” anticinese in campi come la partita tecnologica e il 5G e, assieme alla Nuova Zelanda, è integrata in apparati di sicurezza occidentali come il sistema di informazione Five Eyes, eppure non ha fatto a meno, al contrario dell’India sempre più rivale della Cina, di firmare l’intesa. Come ci ricorda StartMag, “non si può dimenticare che i cinesi investono più di 10 miliardi di dollari l’anno in Australia sia nel settore degli immobili, delle infrastrutture, dell’assistenza sanitaria, dell’estrazione mineraria che dell’agroindustria”. Quote di produzione che Canberra mira a preservare.
L’eterogeneità delle potenze coinvolte nell’accordo e la presenza di numerosi attori autonomi è una garanzia del fatto che l’intesa commerciale difficilmente trainerà una profonda sinergia politica. Anzi, seguendo il più classico degli insegnamenti della dottrina geopolitica del bilanciamento dei poteri, è possibile che proprio a causa della crescente integrazione commerciale regionale con la Cina molti degli attori che non hanno capacità di proiezione autonoma cerchino, in futuro, con crescente forza la sponda militare statunitense. Questo per aumentare, su entrambi i fronti delle superpotenze, il loro potere contrattuale.
Un accordo che unisce il 30% della popolazione e del Pil del pianeta, per la sua complessità, non può essere certamente un’alleanza. Ma molte nazioni, in tal senso, sono già premunite: ad esempio l’Australia ha legami sempre più stretti sotto il profilo securitario con Giappone, l’India e il Vietnam. E in molte sicuramente riporteranno alla mente il vecchio insegnamento di Adam Smith, padre dell’economia moderna, che ricorda come negli affari commerciali la sicurezza sia il presupposto della prosperità. Il decoupling tra alleanze militari e partnership commerciali potrebbe essere una delle principali caratteristiche del nuovo mondo “multipolare”.