Nei giorni scorsi ha fatto molto discutere la presa di posizione della presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde circa le prospettive con cui l’Unione Europea può gestire la seconda presidenza Usa di Donald Trump. Lagarde ha parlato al Financial Times sottolineando che a suo avviso l’Ue potrebbe evitare una guerra commerciale con gli Usa, da lei ritenuta probabile, spingendosi in avanti nel proporre a Washington di comprare alcuni determinati prodotti, come gas naturale liquefatto e armamenti, per evitare tariffe commerciali ritenute probabili.
La proposta dell’ex governatrice del Fondo monetario internazionale appare inusuale per la carica da cui è espressa, quella di un’autorità esclusivamente monetaria e non chiamata a governare l’economia reale. Certo, costo del denaro e ciclo economico sono interrelati ma è bene sottolineare la notevole fragilità politica dell’Europa che le parole di Lagarde espongono e soprattutto la problematica lettura del Trump 2.0 che viene fatta tra Bruxelles e Francoforte.
In primo luogo è passata una narrazione, ancora tutta da dimostrare, secondo cui anche per l’Ue esploderà la corsa ai dazi da parte di Trump, nonostante nel primo mandato del tycoon i beni europei abbiano aumentato la corsa al mercato di oltre Atlantico. Si dà una lettura politica forte alle parole di Trump in campagna elettorale ancor prima del suo insediamento, presentando la nuova amministrazione come intrinsecamente minacciosa. Ma a onor del vero anche quella uscente, targata Joe Biden, non è stata certamente filoeuropea, come dimostrano le politiche industriali di reshoring condotte sfruttando i favorevoli scenari energetici e produttivi.
In secondo luogo, Lagarde esprime le fragilità euopee: sicurezza collettiva e stabilità energetica sono tra queste. E non ci appare la scelta più saggia chiedere di rispondere a una possibile sfida americana sulla supremazia economico-commerciale … chiedendo di amplificarle! Del resto già i piani sulla Difesa comune European permettono almeno un terzo di fondi per forniture da Paesi extra UE (leggi Usa) e il costoso Gnl a stelle e strisce viene trasportato in continuazione, rafforzando il vantaggio competitivo americano. Se l’Ue dovrà trattare con Trump per evitare dazi, ci si chiede perché farlo partendo dal concepire manovre per consolidare la primazia Usa ove già esiste. E farlo peraltro preventivamente mostra grande fragilità politica e mancanza di idee.
Infine, Lagarde come Ursula von der Leyen parla di un mondo europeo in cui istituzioni percepite come lettore da popolazioni e Paesi appaiono senza idee per il mondo di domani. E mirano a cercare di raggruppare l’Europa attorno a pochi spauracchi per celare le proprie difficoltà operative. Non a caso Lagarde parla di economia reale e commercio e non di moneta e costo del denaro, che dovrebbero essere le sue priorità in una fase di stagnazione economica per il blocco. Trump o non Trump l’Ue affronta già oggi l’eredità dell’alta inflazione, tassi ancora troppo alti e stagnazione industriale. Non saranno i discorsi di Lagarde a cambiare le cose. Specie se si basano su una serie di “sé” che sottendono a un ragionamento di fondo che vede l’Europa vulnerabile e impossibilitata a cambiar la propria sorte. Quanto più lontano da ciò che vorrebbe dire essere sinceri europeisti.