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Parigiè sempre più assertiva sul suolo italiano. Nelle ultime settimane il dinamismo economico e politico francese oltre le Alpi ha assunto proporzioni via via crescenti. Dalle azioni di Credit Agricole su Banco Bpm e Credito Valtellinese alla conclusione dell’affare Fiat-Peugeotdestinato a terminare con la nascita del gruppo Stellantis che ha tutta l’aria di apparire a guida francese, passando per le recenti esternazioni del ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire, che ha invitato l’Italia a essere più incisiva sul fronte del Mes, e per i recenti ammonimenti del Copasir tutto sembra indicare che la Francia stia riprendendo a ritmo incalzante l’espansione economica sul suolo italiano. Amplificata dall’acquisto da parte dell’alleanza italo-francese facente capo a Euronext di Piazza Affari dal London Stock Exchange.

Tale dinamismo segnala l’importanza dei cambiamenti politici ed economici in atto su scala europea e globale. Tutto sembra indicare che nei prossimi decenni saranno le alleanze e le aggregazioni su scala macroregionale a formare la nicchia centrale della competizione economica globale. L’accordo Rcep firmato dalla Cina in ambito asiatico, con le sue implicazioni a cascata sul fronte tecnologico, industriale e strategico, lo esemplifica. In Europa la cornice dell’Unione appare fin troppo stretta per Francia e Germania che, su diversi dossier (dalle aggregazioni industriali al cloud sovrano) cercano di fare partita a sé, puntando a coinvolgere un’Italia cui troppo spesso mancano le linee guida politiche per agire in maniera strategica. Questo è fonte di debolezza e porta giocoforza Roma a orbitare attorno ai due punti focali del Vecchio Continente.

Parigi sa di non avere il potenziale economico e industriale per poter esercitare la stessa influenza della Germania di Angela Merkel nel contesto comunitario. Emmanuel Macron, di conseguenza, per riequilibrare la partita non può fare a meno di cercare di cooptare l’Italia come junior partner al suo fianco. “Dai tempi della Seconda guerra mondiale con Charles de Gaulle, non a caso il modello di capo di Stato di Macron, ogni volta che la Germania inizia ad essere troppo assertiva la Francia risponde con un colpo di reni”, ha detto il direttore di Limes Lucio Caracciolo. “Inizia a parlare di impero latino, pax mediterranea. Un riflesso incondizionato per bilanciare a Sud l’influenza tedesca nel Nord-est europeo” prosegue lo studioso di geopolitica, interpellato da Formiche, secondo cui “non sorprende l’attivismo dei francesi in Italia. Devono bilanciare l’avvicinamento della Germania di inizio anno, quando Angela Merkel ha abbandonato olandesi e austriaci venendoci in soccorso con il Recovery Fund“.

Il capitalismo francese è politico, si muove nel quadro dell’interesse nazionale di Parigi. Parimenti, lo Stato francese pensa in termini napoleonici, ha una visione che nelle politiche del capo dello Stato, la più recente intervista di Macron lo testimonia, trova declinazione quotidiana ma che nel corso degli ultimi decenni ha avuto come stella polare pochi capisaldi: l’autonomia strategica del Paese, la difesa del massimo gradiente di indipendenza operativa in campo militare, economico, geopolitico, la commistione di autorità pubbliche e private nel perseguire la proiezione nazionale.

Non è solo volontà di potenza o istinto predatorio quello dei colossi francesi attivi in Italia e quello dello Stato nazionale transalpino. Sarebbe suicida, ad esempio, pensare a dei campioni nazionali stranieri intenti a scalare in borsa a viso aperto aziende come Eni o Leonardo, ad esempio. La partita è ben più complessa e va nella direzione indicata da Caracciolo. Parigi vuole giocare alla pari della Germania e cerca nella sponda con Roma una via maestra in tal senso.

Sbaglia lo Stato francese? Niente affatto. Il mondo odierno è competitivo e inquieto, e questo vale anche per il contesto europeo. Negli ultimi trent’anni a Roma non è stata capita la natura estremamente radicale di questa competizione, che avrebbe posto la politica di fronte alla necessità di tutelare e veicolare l’espansione del sistema-Paese. Da ministro dell’Industria nel governo Ciampi, nel 1993, l’attuale direttore della Consob Paolo Savona previde che, senza un’ordinata gestione dei rapporti economici con la Francia, il peso maggiore della finanza e della politica transalpina avrebbe strabordato nel nostro sistema-Paese e propose preventivamente di costituire un’alleanza economica con Parigi su basi paritarie a partire da un fronte comune in settori quali la telefonia mobile, come lo stesso Savona riporta nella sua autobiografia Come un incubo e come un sogno.

Così non è stato, e l’evoluzione degli ultimi decenni ha visto avverarsi i timori di Savona. La “Spoon River” delle acquisizioni industriali francesi in Italia è lunga e articolata, le partite aperte coinvolgono aziende del calibro di Tim, Mediobanca, Generali. La partita francese deve esser giocata dall’Italia con sagacia: sapendo dove porre forti linee rosse (settori come l’aerospazio, le Tlc, il biomedicale devono rimanere sotto presidio pubblico) e dove invece cooperare con la Francia per partecipare alle nuove aggregazioni europee su un piede di parità. Gaia-X, il progetto di cloud sovrano europeo, e la partita energetica europea, che vede gli interessi di Eni e Total spesso convergenti nel Mediterraneo orientale, sono esempi di questo tipo. Resta da capire se anche a Roma si saprà elaborare politicamente una strategia funzionale a questa competizione.

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