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Un nuovo capitolo della giustizia Ue rilancia l’annoso dibattito sulla crisi bancaria italiana iniziata nel 2015 e sul ruolo delle autorità nazionali e di quelle comunitarie nel dissesto di diversi istituti locali. Dopo la sentenza Tercas che ha ritenuto illegittimo lo stop della Commissione all’intervento del Fondo interbancario di tutela depositi (Fitd), un recente verdetto della Corte di Giustizia Ue ha invece segnalato le non indifferenti responsabilità politiche del governo di Matteo Renzi e del Ministro dell’Economia Piercarlo Padoan nella questione bancaria. Ma anche manifestato la natura paradossale delle relazioni basate sul diritto nell’Unione Europea attuale.

La questione riguardava Banca Marche e la richiesta di risarcimento di una serie di fondazioni azioniste dell’istituto con sede a Jesi liquidato tra il 2015 e il 2017 per essere divisa tra una quota destinata alla compagnia-ponte Nuova Banca Marche e una parte delle sue controllate (Banca Adriatica Cassa di Risparmio di Loreto) acquisite da Ubi Banca. Le fondazioni chiedevano, sulla scia della sentenza Tercas, il risarcimento dei danni patiti alla Commissione, ma il tribunale del Lussemburgo ha negato loro questa possibilità.

Le motivazioni son a dir poco kafkiane: la Commissione Ue non è stata ritenuta responsabile perché non avrebbe imposto veti espliciti ed ufficiali ad alcuna azione del governo, ma non è stata trovata alcuna correlazione con il fatto che il veto Ue all’utilizzo del Fitd su Tercas, per il quale Bruxelles è stata condannata in primo grado e in appello, abbia formalmente bloccato la possibilità di una sua replica su Banca Marche.

StartMag ricorda però che “proprio il Mef nel dicembre 2015, in una lunga nota avesse spiegato che, nonostante fosse già pronto il piano di ricapitalizzazione del Fitd, era stata la posizione della Commissione – fermamente orientata a considerare l’intervento del Fitd come aiuto di Stato – ad imporre il passaggio attraverso la risoluzione, rendendo vano il salvataggio già progettato” e la ricapitalizzazione da 1,2 miliardi di euro che era stata prospettata. Il diavolo sta nei dettagli: il governo di fatto si adattò alla moral suasion del Commissario alla Concorrenza danese Margrethe Vestager, favorevole a evitare ogni possibile aiuto di Stato, ma formalmente scelse in autonomia di non andare fino in fondo nella richiesta dell’utilizzo del Fitd.

Se da un lato indubbiamente il contesto del tempo rendeva difficile la ricerca di una vera autonomia operativa in materia, dall’altro il ruolino di marcia del governo Renzi e del ministro Padoan in materia di risoluzioni bancarie e di rapporti con l’Unione Europea in materia è tutt’altro che entusiasmante. Il Tribunale Ue sostiene che la decisione di non ricorrere al Fitd fu “adottata nell’esercizio delle competenze e del margine di discrezionalità delle autorità italiane” e “non fu influenzata in modo decisivo dall’atteggiamento della Commissione”. I casi sono due: o la Commissione ha indotto Roma a un errore rovinoso o tali problematiche sono frutto dello zelo europeista del governo dell’epoca a trazione Pd. In entrambi i casi Renzi e Padoan non escono positivamente dalla vicenda.

Non dimentichiamo che oltre Tercas, al caso delle banche venete e del centro Italia e all’annosa questione Mps, il governo portò avanti lo strumento di risoluzione del bail-in coinvolgendo nella risoluzione i correntisti, gli azionisti e gli obbligazionisti. Banca Marche fu coinvolta assieme a Banca Popolare dell’ Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti nelle prime applicazioni sistemiche di tale trattamento traumatico. Un patrimonio azionario vicino ai 3 miliardi di euro fu letteralmente cancellato, migliaia di correntisti e acquirenti persero completamente i loro risparmi. Puntare sul Fitd avrebbe, come nel caso di Tercas, creato attriti con la Commissione ma sul lungo periodo si sarebbe dimostrato, per via politica e giudiziaria, la scelta giusta. A oltre cinque anni di distanza, invece, l’Italia e diverse sue regioni devono ancora leccarsi le ferite per una crisi costata miliardi di euro ai risparmiatori e alle casse dello Stato, che ha depauperato territori privati delle loro istituzioni finanziarie di riferimento e mostrato la difficoltà del Paese a agire con risolutezza in Europa. Tra Commissione e governo Renzi, si può parlare di concorso di colpa: ma la mancanza di polso dell’esecutivo italiano nel contestare le problematiche indicazioni di Bruxelles su quelli che erano ritenuti, a torto, potenziali aiuti di Stato stride con una realtà dei fatti che parla di una distruzione di settori pregiati e insostituibili del tessuto finanziario nazionale.