Prima la fumata bianca tra l’Agenzia Nazionale per lo Sviluppo (Nda) del governo Haftar e 13 aziende cinesi per la creazione della Zona Industriale di Magroun. Poi l’accordo, ancora più rilevante, tra la Banca Centrale Libica e la Banca Popolare Cinese per collegare le banche commerciali libiche al sistema di pagamento e regolamento cinese.
Questo doppio deal consente a Pechino di rafforzare la propria presenza in un Paese strategico, ancora carico di tensioni e di fatto diviso in due tra il Governo di Unità Nazionale di Tripoli, riconosciuto dall’Onu e appoggiato dalla Turchia, e quello del generale Khalifa Haftar, tra Tobruk e Cirenaica.
La strategia cinese, in ogni caso, è molto pragmatica visto che cerca di mantenere rapporti con ogni parte in causa. Con le ultime intese, il Dragone ha infatti cercato di coinvolgere entrambe le realtà. Già, perché l’accordo commerciale è stato firmato con la Nda, che dipende dalle autorità della Libia orientale, ma alla cerimonia era presente anche Naji Mohammed Issa, governatore della Banca Centrale di Libia, proprio per dare al progetto una legittimazione nazionale e rassicurare gli investitori sulla gestione finanziaria.
I nuovi accordi della Cina in Libia
Partiamo dall’accordo commerciale. Nella Zona industriale di Magroun, estesa su 1.000 ettari e situata a un’ora e mezza a Sud di Bengasi, sulla strada costiera, dovrebbe sorgere un centro regionale per l’industria, gli investimenti e la produzione. Quest’area si trova inoltre vicino al nuovo aeroporto di Tika, in fase di costruzione a Bengasi, e vicino alla Zona franca di Elmreisa (Efz). Detto altrimenti, la posizione del polo di Magroun, unita alla sua vicinanza ai porti e agli aeroporti africani, nelle intenzioni cinesi dovrebbe conferire all’intero progetto rilevanti vantaggi strategici e di investimento in primis per il commercio di transito.
“Oggi, dalla città di Bengasi, annunciamo l’avvio di una nuova fase di cooperazione industriale e partenariato di investimento tra Cina e Libia. La Libia sta compiendo ogni sforzo per la ricostruzione, lo sviluppo delle industrie locali e la riduzione della dipendenza dai prodotti stranieri”, ha rivelato un anonimo rappresentante delle 13 aziende cinesi coinvolte nel piano a Libya Herald. Ancora nebbia fitta sull’identità delle entità asiatiche coinvolte.
Il secondo deal riguarda invece il fronte finanziario. La Banca Centrale Libica ha infatti annunciato che il suo governatore ha raggiunto un accordo con il suo omologo cinese per integrare le banche commerciali libiche nell’infrastruttura di pagamento transfrontaliera cinese, una mossa emblematica per dare inizio a una più profonda partnership finanziaria.

La strategia di Pechino
Il fulcro dell’accordo, si legge nel comunicato ufficiale diffuso dalla Banca Centrale di Libia, è la prevista adesione della Libia al Sistema di Pagamento Interbancario Transfrontaliero, noto come Cips, una rete di regolamento denominata in yuan lanciata dalla Banca Popolare Cinese nel 2015. A cosa serve questa rete? Funge da infrastruttura che consente alle banche di inviare e ricevere pagamenti direttamente denominati in yuan, riducendo la dipendenza dal dollaro statunitense ed eliminando la necessità di elaborare le transazioni tramite banche intermediarie.
Per completare il quadro è utile ricordare che a maggio, a Bengasi, nella Libia orientale, è stato inaugurato un collegamento marittimo diretto con la Cina, con l’arrivo della nave cargo Guo Yun Hai, prima unità lungo il nuovo corridoio commerciale operato dal gruppo cinese Cosco Shipping. Alla cerimonia erano presenti il direttore generale del Fondo per lo sviluppo e la ricostruzione della Libia, Belgassem Haftar, il nuovo ambasciatore cinese accreditato in Libia, Ma Xiwei Liang, e il sindaco di Bengasi. Haftar, figura chiave nella gestione dei programmi infrastrutturali nelle aree sotto controllo dell’Est del Paese (e figlio di Khalifa Haftar) ha definito l’iniziativa una tappa strategica per il rilancio della città come hub commerciale e logistico.
La Cina, dal canto suo, sta evidentemente cercando di collegare, attivare, rianimare più hub e punti di transito possibili in Nord Africa così da limitare i danni – anche e soprattutto in vista del futuro – derivanti da tensioni e blocchi tra gli Stretti di Hormuz e di Bab el Mandeb.

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