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Come risolvere il problema del debito pandemico?

Uno spettro si aggira per l’Europa, quello del debito. Parliamo di uno “spettro” perché, ora come ora, il tema del debito pubblico è messo in secondo piano, ridimensionato dalle politiche attive della Banca centrale europea, che di fatto sussidia tutti...
Mercati asiatici borse

Uno spettro si aggira per l’Europa, quello del debito. Parliamo di uno “spettro” perché, ora come ora, il tema del debito pubblico è messo in secondo piano, ridimensionato dalle politiche attive della Banca centrale europea, che di fatto sussidia tutti i Paesi dell’Eurozona con le sue politiche interventiste, dalla necessità di politiche anticicliche per superare una crisi simmetrica tra tutti i Paesi comunitari e dall’abolizione temporanea delle regole strutturali su deficit e indebitamento pubblico condensate nel patto di stabilità, che sarà disapplicato anche nel 2022.

Che il debito in sé non fosse il problema dei problemi per l’economia europea lo si era capito da tempo, perlomeno dallo sdoganamento del quantitative easing da parte di Mario Draghi e dal suo rilancio ad opera di Christine Lagarde; tuttavia, per economie come quelle di Eurolandia, di fatto costrette a denominare i titoli di Stato in una valuta straniera di cui non controllano tassi e livelli di emissione, questioni come la sostenibilità del debito di lungo periodo e la pressione di spesa per interessi e problematiche simili sui conti non vanno completamente escluse dall’analisi.

In questo contesto, Paesi come l’Italia devono guardare con attenzione ciò che succede oltre Atlantico. Dagli Stati Uniti sta partendo, con decisione, la corsa al superamento al mito dell’inflazione come freno dello sviluppo e della crescita economica ed una presa di consapevolezza tra operatori e regolatori finanziari che elevati stimoli monetari come quello in corso necessitano una trasmissione a situazioni condizionate da elevata inflazione per compensare, in un circolo in autoalimentazione, aumento dei prezzi e rendimenti dei titoli. In altre parole la pandemia ha rotto il circolo vizioso dei quantitative easing dello scorso decennio, intrappolati nelle gore morte della speculazione finanziaria, e portato operatori finanziari e governi a dover trasferire direttamente denaro a cittadini, banche, imprese. Il circolo del credito si è dunque riattivato, portando a una notevole aumento della vivacità sui prezzi, alla crescita dell’inflazione e, come contropartita, all’aumento del premio pagato dalle obbligazioni pubbliche. Rimasto a lungo ai minimi storici per il boom di domanda dell’era pandemica.

Scrive il Domani che la Federal Reserve “ha ufficializzato che l’inflazione-obiettivo al 2 per cento non è più un livello massimo (come lo è per la Bce), ma medio di periodo: e poiché l’inflazione è inferiore al 2 per cento da 10 anni, ci si aspetta che la Federal Reserve accetterà che la crescita dei prezzi rimanga al di sopra di questo livello anche per periodi prolungati”. A causa di tutto ciò “il tasso sui Treasury Bond a 10 anni è triplicato, dal minimo di 0,5 per cento di agosto fino a sfiorare l’1,6%”, fattore che ha causato un sussulto sulla borsa statunitense e ha prodotto effetti a cascata in Europa, con il nostro Btp che in un mese dal minimo storico di 0,42% è raddoppiato nel rendimento. Nessun “effetto Draghi” poteva esser scontabile in un’economia tanto dipendente dai contesti globali, e infatti l’aumento del rendimento è slegato dal cambio di governo, ma impone soluzioni strategiche.

In una fase in cui la bomba più preoccupante appare quella di un’ondata di default nel debito privato e in una conseguente chiamata in campo degli Stati per sostenere la sopravvivenza di redditi, famiglie, imprese, banche, con conseguenti fiammate su deficit e debiti pubblici (sottolineate come plausibili da Draghi nel marzo scorso sul Financial Times) e in cui gli Stati si trovano costretti a spendere per salvare le aziende in crisi e i posti di lavoro, appare più che mai necessario sperare che i governi adoperino il debito con una prospettiva di lungo periodo. Il rilancio di Paesi come l’Italia passa per un uso strategico del debito, ma per mantenere la sostenbiiltià di quest’ultimo sul lungo periodo occorre allungarne l’orizzonte temporale e evitare  che fiammate inflative trascinino con sé pressioni rialziste sui rendimenti dei titoli di Stato.

Mentre i governi promuovono investimenti strategici e piani di rilancio, insomma, appare doveroso proiettare sul lungo termine le prospettive di rimborso e rilancio del debito pubblico. Non a caso “la durata del debito in euro si sta molto allungando: Francia, Spagna e Belgio hanno cominciato a emettere titoli a 50 anni, e penso che lo farà anche l’Italia che ha già svariate emissioni a 30 anni; Austria e Renania-Vestfalia sono arrivati a 100 anni di scadenza”.

Nella mente delle società occidentali c’è tuttora il modello concettuale del periodo di rinascita dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale, la fase dei “Trenta gloriosi”: decenni contraddistinti da crescite impetuose nella popolazione, nel Pil e nel Pil pro capite e da scarse tensioni su debito e inflazione. Un periodo che non si potrà mai ripetere per i diversi trend demografici, l’interconnessione dei mercati, i maggiori livelli di prosperità e i ridotti margini di crescita.

Urge dunque proiettarsi su un’ottica di lungo periodo, guardare a esempi come quello del Giappone per consolidare le finanze pubbliche al servizio del benessere diffuso (Pil pro capite) piuttosto che della crescita aggregata (Pil) e mobilitare il risparmio privato a sostegno del rilancio dell’economia in un’ottica di più lungo periodo. Il debito potrà aumentare, ma andrà incardinato nell’ottica degli investitori su prodotti di lunga durata, segnando un legame diretto tra investitori e sistema-Paese. Così da far coincidere le prospettive di entrambi. Una svolta “giapponese” che può aiutare l’Europa e l’Italia a vivere il problema del debito in maniera serena e non isterica anche nel pieno della risposta alla pandemia di Covid-19. Se ben gestito, il debito pubblico genera la ricchezza dei cittadini, e ora più che mai ciò va tenuto in conto. Restaurare la fiducia del grande pubblico su questa prospettiva è vitale per Paesi come l’Italia, che con elevati livelli di rapporto deficit/Pil dovranno convivere strutturalmente e necessiteranno di un grande progetto nazionale sulla gestione del debito, funzionale a riportarne una quota crescente sotto il controllo di investitori del Paese e a guardare al suo sfruttamento reale per investimenti e politiche per la crescita, piuttosto che alla sua accumulazione, come primo parametro di giudizio.





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