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Le sanzioni imposte dall’Occidente contro la Russia servono, teoricamente, a fiaccare il motore economico di Mosca. Dall’inizio della guerra in Ucraina in poi, l’Ue ha varato contro il Cremlino sei pacchetti di sanzioni, tra cui misure restrittive mirate (ovvero sanzioni individuali), sanzioni economiche e misure diplomatiche. Mentre le sanzioni nei confronti delle persone consistono in divieti di viaggio e congelamento dei beni, quelle economiche applicano restrizioni all’importazione e all’esportazione di beni o prodotti che coinvolgono la Federazione russa. Detto altrimenti, le entità europee non possono vendere determinati prodotti alla Russia (restrizioni all’esportazione) così come le entità russe non sono autorizzate a vendere determinati prodotti all’Ue (restrizioni all’importazione).

Tra le merci che non possono più essere importate dalla Russia troviamo il petrolio greggio e i prodotti petroliferi raffinati, con limitate eccezioni in vista della loro eliminazione graduale nel corso di 6-8 mesi. Nel giugno 2022, il Consiglio europeo ha adottato il sesto pacchetto di sanzioni, ovvero quello che riguarda da vicino proprio il petrolio. Si potrebbe pensare che Mosca, impossibilitata a vendere l’oro nero all’Europa, possa subire un importante contraccolpo economico. Premesso che le sanzioni in generale sono state adottate da Ue, Paesi del G7 e Australia, e stanno dimostrando un’efficacia limitata – o quanto meno ridotta rispetto ai proclami di Stati Uniti e Bruxelles – tutto il resto del mondo non ha affatto chiuso le porte in faccia a Vladimir Putin.

Il risultato è che, nel lungo periodo, la mossa occidentale costringerà i russi a rivedere la propria economia, appoggiandosi su altri partner e altri mercati. Nell’immediato, tuttavia, gli analisti sostengono che difficilmente assisteremo ad una rivolta degli oligarchi contro Putin o ad una sollevazione popolare causata da problemi economici. Al netto del loro effetto boomerang, le sanzioni, dunque, stanno ammaccando la Russia in superficie senza però manomettere del tutto il suo motore economico.

La Russia, l’India e le “triangolazioni” sospette

Tutto quello che abbiamo spiegato è valido, almeno, in linea teorica. Già, perché la Russia può in realtà contare su diverse scialuppe di salvataggio, Cina in primis. Oltre a Pechino, che non ha fornito armamenti o strumenti militari a Mosca ma non si è mai tirata indietro per quanto riguarda il commercio, il Cremlino fa affari d’oro con l’India, diversi Paesi del Sud-Est asiatico, la quasi totalità dell’Africa e la maggior parte dell’America Latina. Sta così prendendo forma una sorta di ordine globale parallelo, capitanato dalla Cina e formato da quelli che un tempo venivano definiti Paesi in via di sviluppo e Paesi non allineati.

Vale la pena soffermarci sull’India, o meglio sull’azione intrapresa dalle sue raffinerie. Il Financial Times ha acceso i riflettori su quelle del gigante Reliance Industries, le quali – è l’accusa del quotidiano britannico – starebbero utilizzando greggio russo acquistato a basso costo per aumentare le esportazioni diesel. La beffa, però, deve ancora arrivare perché le esportazioni citate sarebbero destinate anche ai Paesi dell’Ue, gli stessi che hanno attuato sanzioni contro la Federazione Russa. Non è un caso che lo scorso maggio Mosca abbia sostituito l’Arabia Saudita con l’India come secondo fornitore di petrolio. Le esportazioni di greggio russo verso Nuova Delhi, inoltre, dovrebbero superare il milione di barili a giugno.

Unendo i punti, significa che le raffinerie indiane, piene di greggio russo, potrebbero lavorare e rivendere all’Europa lo stesso carburante sanzionato del Cremlino. Proprio le raffinerie indiane stanno incassando profitti da favola, frutto sia dello sconto attuato dal governo russo sulle esportazioni del proprio petrolio, sia dagli elevati margini sul diesel in Europa creati dalle stesse sanzioni europee contro le forniture russe.



La partita di Nuova Delhi e Pechino

L’Occidente avrà pure sanzionato il greggio russo, ma il resto del mondo continua a giocare la sua partita nel tentativo di ottenere i massimi vantaggi da una situazione complicata. “Se i governi occidentali vedono che un terzo dell’ardesia grezza dell’India è russo, possono presumere che parte del diesel in arrivo in Europa contenga molecole russe”, ha spiegato Neil Crosby, analista della società di dati OilX, citato dal FT. In uno scenario del genere, gli Stati Uniti stanno esercitando pressioni crescenti su Nuova Delhi per limitare gli acquisti indiani del petrolio russo. Resta da capire se Narendra Modi sarà disposto a gettare la maschera del non allineamento, vanificando un’ottima occasione di crescita per il suo Paese. Dal canto loro, i dirigenti indiani sostengono di star semplicemente rispondendo alla forte domanda internazionale di diesel e altri prodotti, nel bel mezzo di una crisi energetica.

Reliance è responsabile del “95% in più” delle esportazioni di prodotti petroliferi raffinati dall’India in Europa, ha affermato Janiv Shah, analista di Rystad Energy. Reliance, capace di elaborare 1,24 milioni di barili di greggio al giorno, è inoltre ben posizionata per trarre profitto dal greggio russo. Anche perché avrebbe acquistato una quantità di greggio russo sette volte superiore rispetto ai livelli precedenti la guerra in Ucraina. Certo è che le esportazioni di diesel dall’India all’Europa hanno raggiunto i 230.000 barili al giorno a marzo, salvo scendere a 120.000 ad aprile e crollare a 40.000 a maggio. Nello stesso periodo le esportazioni in Africa e altrove sono aumentate. Il Wall Street Journal, intanto, ha acceso i riflettori su una sospetta triangolazione che coinvolgerebbe aziende indiane, ree di importare petrolio russo sottocosto e rivendere agli Stati Uniti prodotti raffinati con carichi acquistati da Mosca.



Per quanto riguarda la Cina, invece, le raffinerie del Dragone stanno lavorando a pieno regime grazie ai prezzi offerti da Mosca, scontati fino al 30%. L’import di greggio è salito del 55% annuo: considerando l’oleodotto della Siberia orientale del Pacifico e le spedizioni marittime, ha totalizzato quasi 8,42 milioni di tonnellate (contro i 7,82 milioni dell’Arabia Saudita), pari a 2 milioni di barili al giorno (+25% sugli 1,59 milioni di aprile). I prodotti energetici, con la voce principale costituita dal petrolio, hanno caratterizzato ancora di più l’interscambio di Pechino con Mosca visto l’esborso record cinese di 7,47 miliardi di dollari, uno in più rispetto ad aprilem il doppio rispetto al maggio 2021. Come se non bastasse, i dati hanno mostrato che anche le importazioni di gas naturale liquefatto (Gnl) sono salite a quasi 400.000 tonnellate (+56% su maggio 2021), grazie all’apporto dei progetti Sakhalin-2 nell’Estremo Oriente e Yamal Gnl nell’Artico russo.

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