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A marzo 2020, quando la pandemia di Covid-19 iniziava a mordere duramente e a seminare morte tra le province di Lodi, Bergamo, Brescia e Cremona, per tutta Italia all’emergenza sanitaria iniziò a sommarsi l’inizio di una fase di acutissima vulnerabilità economica. Il governo Conte II fu costretto a mettere in campo misure emergenziali di garanzia alla liquidità delle imprese, a dare sostegno alla cassa integrazione e a progettare il rafforzamento dei sussidi anti-disoccupazione e anti-povertà. Il 10 marzo 2020, a poche ore di distanza dalla prima misura di confinamento valida per tutto il territorio nazionale, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri dichiarò: “nessuno perderà il lavoro per il coronavirus”. A un anno di distanza, la previsione è stata clamorosamente disattesa: negli ultimi dati Istat è segnalato il fatto che l’anno della pandemia ha mandato in fumo quasi un milione di posti di lavoro, 945mila per la precisione.

La catastrofe occupazionale

“Le ripetute flessioni congiunturali dell’occupazione , registrate dall’inizio dell’emergenza sanitaria fino a gennaio 2021 – spiega l’istituto di statistica – hanno determinato un crollo dell’occupazione del 4,1%. La diminuzione coinvolge uomini e donne, dipendenti (-590mila) e autonomi (-355mila) e tutte le classi d’età. Il tasso di occupazione scende, in un anno, di 2,2 punti percentuali toccando il 56,5%”.

La metodologia usata dall’Istat nei calcoli macroeconomici vede il tasso di occupazione come il rapporto tra gli occupati e il totale della forza lavoro nella fascia 15-64 anni; quindi non deve stupire il fatto che il crollo dell’occupazione non si rifletta simmetricamente in un aumento speculare del tasso di disoccupazione, a febbraio pari al 10,2% (+0,5% su un anno prima), dato che quest’ultimo è calcolato avendo al denominatore la somma tra gli occupati e coloro che cercano attivamente lavoro. Il dato più drammatico è quindi l’aumento esponenziale di persone che, espulse dal mercato del lavoro per la chiusura delle attività da loro condotte o per l’esaurimento di contratti a termine di varia natura, sono entrati nella categoria dei lavoratori sfiduciati e negli inoccupati. Il tasso di inattività tra i 15 e i 64 anni è al 37%, in crescita di 2,1 punti rispetto al periodo pre-pandemia (+717mila unità), e questo preoccupa fortemente in vista del proseguo del 2021, anno in cui il Paese si avvia verso scadenze economiche decisive.

Diverse analisi calcolano in almeno 200-300 mila i posti di lavoro che avrebbe temporaneamente salvato il blocco dei licenziamenti introdotto a marzo 2020 e prorogato, in varie forme più selettive, fino al prossimo autunno dal governo Conte II e dal governo Draghi; inoltre, sull’economia italiana aleggia, ad esso legato, lo spettro di un’ondata di fallimenti nel mondo delle imprese all’esaurimento delle misure di sostegno economico alla liquidità e di rimborso di cassa integrazione e strumenti di sostegno simili. Ritorna a gravare sulla nostra società, in prospettiva, il fantasma della povertà e dell’esclusione sociale, che secondo uno studio di Unimpresa riferito a fine 2020 minaccia oltre 10 milioni di italiani. Il perimetro della minaccia riguarda oltre 1,2 milioni di soggetti in più rispetto a un’analoga rilevazione relativa al 2015, con una crescita significativa del 13%.

Le risposte insufficienti del governo giallorosso

Gualtieri aveva dunque ampiamente torto. Lungi da noi voler addossare sullo storico romano ed esponente del Pd e sull’ex premier Giuseppe Conte la colpa esclusiva di questa catastrofe occupazionale e della violenza di uno shock sistemico più duro di tutti quelli che il Paese ha affrontato dalla Seconda guerra mondiale in avanti. Ma il mix di politiche poste in essere ha creato una situazione doppiamente rigida che rischia di ripercuotersi sulle risposte politiche del governo attualmente in carica.

In sostanza le politiche economiche del governo Conte II, escludendo le necessarie misure di sostegno alla liquidità, hanno creato un triplice problema:

  • In primo luogo, lo strumento della cassa integrazione anti-Covid ha portato sullo Stato i costi del sostentamento di svariate imprese destinate a cessare l’attività alla fine delle misure pubbliche di sostentamento.
  • In secondo luogo, il blocco dei licenziamenti da doveroso antemurale a una catastrofe sociale quale era stato pensato nei primi mesi è diventato l’alibi dietro cui nascondere l’incapacità politica di pensare un’agenda veramente al servizio di politiche di creazione strategica di posti di lavoro e di spinta al pieno impiego.
  • Trasversalmente a ciò, non è stato analizzato se non in minima parte, sulla scia delle politiche di preparazione al Recovery Fund, l’impatto del Covid sulla trasformazione del lavoro e non sono state poste in essere manovre volte a garantire una riqualificazione delle competenze e delle prospettive di lavoratori le cui imprese o i cui settori si trovano ad affrontare crisi potenzialmente irreversibili.

Questa somma di rigidità rischia di mandare il Paese addosso a un iceberg quando le misure verrano gradualmente ad esaurirsi, col risultato di non riuscire a tutelare né le prospettive di sopravvivenza di decine di migliaia di imprese né centinaia di migliaia di posti di lavoro, particolarmente concentrati nel settore delle Pmi.

Con il pretesto dell’equità si è dunque navigato a vista sul breve periodo dimenticando che esisterà anche una fase post-pandemica in cui l’economia cambierà profondamente. L’economista Tommaso Monacelli ha scritto su La Voce che a questo scenario si dovrebbero contrapporre tre misure ben precise: “una riforma della cassa integrazione, strumento ideale in presenza di shock esogeni alle imprese (come il Covid), ma che non permette al lavoratore di assumere altri impieghi temporanei […], una riattivazione dei contratti di lavoro temporanei” e la creazione di “programmi di formazione e ampliamento delle competenze che favoriscano la riallocazione verso i settori essenziali (e in espansione), un processo fortemente carente in Italia”. Misure complementari tra loro se portate avanti in maniera sistemica con un obiettivo di lungo periodo. Il governo Draghi ha seguito l’orientamento strategico del premier e si prepara a varare nuovi round di ristori e aiuti alle imprese più targettizati, in grado di non sussidiare tutti i settori ma di focalizzarsi su quelli più produttivi e capaci di riprendersi.

Scenari di ripartenza

Cetti Galante, ad di  Intoo (Gi Group), ha dichiarato al Corriere della Sera di ritenere “’ fondamentale capire come avvicinare le persone che lavorano su mansioni in declino a ruoli che sono invece sempre più ricercati, favorire il fluire da un settore all’altro, la creazione di impresa, riformare il sistema degli ammortizzatori sociali, mettendo a fianco della politica passiva massicci investimenti sulla ripartenza, sulla riqualificazione” e definendo settori di pertinenza ben precisi per le aree di destinazione di questi processi: “energie pulite, edilizia sostenibile, mobilità elettrica, web e comunicazione digital, chimica-farmaceutica, salute e medicina, servizi per gli anziani, benessere e sicurezza delle persone, telecomunicazioni, pulizie e sanificazione, e-commerce e customer service, delivery, logistica e trasporti”.

I campi in cui, insomma, si trovano maggiori prospettive occupazionali e scenari più limpidi per ipotizzare un rafforzamento del sistema Paese negli anni a venire e che in alcuni casi coincidono con quei settori ad alto valore strategico o su cui i governi occidentali stanno iniziando a valutare politiche di reshoring. A cui si andrà ad aggiungere la pubblica amministrazione che secondo i dati di Unioncamere nei prossimi cinque anni, avrà bisogno di oltre 740mila nuovi occupati, più di 690mila dei quali per il naturale turnover dei dipendenti e i pensionamenti anticipati.

Il mercato del lavoro italiano si trova dunque nella fase di valle classicamente studiata dai teorici dell’economia come John Maynard Keynes, in una fase in cui è necessario promuovere attive politiche in grado di mobilitare investimenti pubblici e privati al servizio della ripresa del Paese. La distruzione di posti di lavoro e i problemi sociali causati dalla catastrofe occupazionale potranno essere affrontati e vinti solamente pensando il lungo periodo, dando fiato ai settori di punta dell’economia, rafforzando la rete di protezione per coloro che si trovano in settori a maggior rischio di esclusione dal mercato. Serve un vero progetto nazionale che il governo Conte II non è stato in grado di sviluppare, complici anche situazioni esterne alle sue competenze e alla natura catastrofica dell’emergenza pandemica e che ora il governo Draghi sarà chiamato a completare. Solo rimettendo il lavoro al centro del discorso, infatti, l’economia potrà riprendersi degnamente dai danni di un anno di pandemia.

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