La guerra dei dazi sino-americana ha stravolto il sistema di alleanze tra Stati che eravamo abituati a conoscere e modificato il flusso economico globale. Le tariffe di Trump hanno un obiettivo ben preciso: bloccare l’ascesa della Cina per consentire agli Stati Uniti di restare la prima potenza al mondo. Ma la mossa di Washington porta con sé anche effetti indiretti, molti dei quali non considerati a sufficienza dall’amministrazione statunitense.

La nuova tendenza economica

L’esempio più eclatante riguarda una nuova tendenza economica che potrebbe accompagnarci da qui ai prossimi decenni. Se gli anni ’80 e ’90 erano associati al Made in China, i famosi prodotti costruiti a poco prezzo nella Repubblica Popolare ed esportati in Occidente, i prossimi vedranno salire alla ribalta una “nuova” Cina: il Bangladesh. La Trade War ha mescolato le carte in tavola, inserendo da una parte i Paesi che hanno risentito delle frizioni fra Pechino e Washington, dall’altro quelli che invece ne stanno uscendo rafforzati se non vincitori.

Un vincitore della guerra dei dazi

Il Bangladesh appartiene alla seconda categoria. Come ha analizzato il South China Morning Post, sempre più aziende cinesi hanno scelto di chiudere in patria per aprire negozi a Dacca e dintorni; una mossa che, secondo le stime, consentirebbe al Bangladesh di aumentare la propria crescita economica di circa l’8% nel corso del 2019. Il contesto bangladese, inoltre, è più accogliente di quello filippino e indonesiano, dove la comunità cinese viene osteggiata dalla reazione contrariata degli autoctoni. Il basso costo del lavoro locale e l’alta offerta di lavoratori rendono il Bangladesh una meta appetibile per le tante imprese del Dragone strozzate dai dazi americani. D’altronde basta muoversi di poco meno di 2.000 chilometri per ritrovarsi in una regione dove le armi di Trump, i dazi, non hanno effetto.

La trasformazione di Dacca

Se alla fine degli anni ’90 era raro trovare avventori cinesi decisi a investire in Bangladesh, oggi questo Paese è ricco di fabbriche così enormi da assomigliare a villaggi dotati di ogni comfort, dai centri medici agli asili per i bambini dei dipendenti fino ai negozi in cui acquistare cibo. I continui investimenti, in parte provenienti dalla Cina e in parte dall’Occidente, hanno trasformato il Bangladesh in una piccola potenza produttiva dotata di quasi 4 milioni di lavorati impegnati nella produzione di abbigliamento destinato a multinazionali (H&M) o accessori per marchi di lusso (Michael Kors).

Dal Made in China al Made in Bangladesh

In Cina i salari sono in continuo aumento, quindi il trasferimento di simili stabilimenti in Bangladesh sarà una costante che ci accompagnerà nel futuro immediato. Addirittura la famosa dicitura Made in China potrebbe presto essere sostituita dal Made in Bangladesh. Certo, alcuni analisti sottolineano come Dacca possa diventare una delle prossime vittime della trappola del debito cinese, ovvero diventare economicamente così sottomessa a Pechino da dover anteporre gli interessi nazionali cinesi ai propri. L’eventualità è comunque remota visto che il Bangladesh mantiene relazioni economiche con chiunque, non solo con la Cina. Di conseguenza il governo bangladese al momento appare in grado di rimborsare i prestiti cinesi.

Salari bassi, convenienza garantita

Per capire quanta convenienza possa ricavare la Cina dal trasferimento delle proprie aziende in Bangladesh è interessante leggere la variazione dei salari degli operai. Una fabbrica che in Cina paga i propri operai 2.000 yuan al mese (più o meno 290 dollari), a Dacca spende nel salario di un operaio locale non più di 170 yuan (cioè 25 dollari). Intanto l’economia del Bangladesh raccoglie i proventi, considerando che il settore dell’abbigliamento è un industria che vale 30 miliardi di dollari e rappresenta l’80% delle esportazioni di questo Paese.

Una pioggia di investimenti cinesi

I rapporti tra Cina e Bangladesh sono solidi. Nel 2016 Xi Jinping visitò il Paese e firmò 27 accordi commerciali per investimenti e prestiti pari a 24 miliardi di dollari. L’anno successivo Pechino ha investito in loco oltre 500 milioni di dollari, mentre nel 2016/2017 c’è stato addirittura un incremento di una settantina di milioni. Numeri importanti per un Paese che è il secondo esportatore di abbigliamento dietro la Cina e che quest’anno dovrebbe spedire in tutto il mondo 39 miliardi di dollari di vestiti. L’obiettivo di Dacca è arrivare a 50 pieni nel 2021.

I vantaggi di Pechino

La migrazione delle imprese dalla Cina ad altri Paesi asiatici comporta un danno per Pechino? Secondo alcuni analisti non nel lungo periodo. Se nel breve il Dragone risentirà dei mancati guadagni, con il passare del tempo i vantaggi potrebbero essere superiori, perché senza le fabbriche manifatturiere la Cina potrebbe dedicarsi a sviluppare aziende sempre più all’avanguardia.