Come e perché India e Usa hanno raggiunto un accordo commerciale

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L’accordo commerciale provvisorio raggiunto da Stati Uniti e India allenta mesi di tensione reciproca tra le parti ma, almeno nel momento in cui scriviamo, non scioglie tutti i nodi sul tavolo. Certo, i due Paesi hanno smosso la situazione di stallo che aveva inasprito i rapporti tra il governo di Narendra Modi e l’amministrazione di Donald Trump, pur senza tuttavia raggiungere un chiaro punto di svolta.

Andiamo con ordine. Secondo quanto riportato dalla Casa Bianca, l’India “eliminerà o ridurrà i dazi” su tutti i prodotti industriali statunitensi e su un’ampia gamma di prodotti alimentari e agricoli statunitensi. Nuova Delhi acquisterà inoltre circa 500 miliardi di dollari di energia, aeromobili e componenti aeronautici, metalli, prodotti tecnologici e carbone da coke dagli Usa nell’arco dei prossimi cinque anni.

E ancora: le esportazioni indiane verso gli Stati Uniti saranno soggette a una tariffa “reciproca” del 18%, con Trump che revocherà il dazio punitivo aggiuntivo del 25% che aveva precedentemente imposto sull’intero import Made in India. Sulla base di questo, Washington e Delhi dovrebbero firmare un accordo commerciale formale a marzo.

Un accordo molto provvisorio

Tutto chiarito, dunque, tra India e Stati Uniti? Non proprio. Ci sono infatti varie questioni ancora irrisolte, a partire dall’acquisto del petrolio russo da parte di Delhi. “L’India si è impegnata a interrompere direttamente o indirettamente l’importazione di petrolio dalla Federazione Russa”, si legge nell’ordine esecutivo della Casa Bianca, dove si fa presente anche l’impegno indiano a “stipulare un accordo con gli Stati Uniti per espandere la cooperazione in materia di Difesa nei prossimi 10 anni”. Peccato che il governo Modi non abbia fornito dettagli su come (e se) interromperà gli acquisti di petrolio dalla Russia: le importazioni indiane dell’oro nero russo sono diminuite, ma il Cremlino rimane il principale fornitore di greggio del gigante asiatico.

Sul fronte interno, i partiti di opposizione e gli agricoltori indiani hanno espresso preoccupazione in merito all’intesa con gli Usa. Il motivo? Eccolo: l’India si è impegnata a ridurre le tariffe doganali standard su tutti i beni industriali provenienti dagli Stati Uniti, oltre che su diversi prodotti alimentari e agricoli; gli Usa, invece, limiteranno la riduzione dei dazi reciproci a circa il 55% delle esportazioni indiane, abbassandoli dal 50% al 18%.

Ebbene, secondo il think tank di Delhi Global Trade and Research Initiative questo accordo configura uno “scambio non uniforme”. Dal canto suo, Piyush Goyal, attuale ministro indiano del Commercio, ha affermato che il deal con Washington “aprirà un mercato da 30.000 miliardi di dollari per gli esportatori indiani” e “proteggerà completamente” i prodotti agricoli e lattiero-caseari sensibili dell’India, tra cui mais, grano, riso, soia, pollame, latte e formaggio.

Questioni irrisolte

Lo stesso Goyal ha però dichiarato in un’intervista all’agenzia di stampa Ani che le decisioni relative all’acquisto di petrolio vengono prese dalle “singole aziende” e che l’accordo commerciale “non decide chi acquisterà cosa e da dove”. La Russia ha intanto fatto sapere di non aver ricevuto alcuna indicazione da Delhi circa l’interruzione delle forniture.

La Bbc ha scritto che l’accordo ha inoltre irritato i sindacati agricoli indiani, secondo i quali i tagli tariffari sulle importazioni agricole dagli Stati Uniti potrebbero indebolire i produttori nazionali. Il Samyukt Kisan Morcha, che ha guidato le proteste contro le controverse leggi agricole in India nel 2020 e nel 2021, ha affermato che consentire importazioni più libere di alcuni prodotti – come cereali distillati secchi, olio di soia, sorgo rosso, noci e frutta – danneggerebbe i redditi degli agricoltori. L’inclusione di prodotti agricoli e alimentari nell’elenco delle riduzioni tariffarie potrebbe insomma scatenare gravi proteste.

Ma perché, con tutte queste falle e incertezze, India e Usa hanno comunque voluto raggiungere un’intesa? Per Washington l’accordo serve a dimostrare che la strategia dei dazi “funziona” e che gli Usa riescono a strappare concessioni concrete; per Nuova Delhi, invece, era importante evitare un’escalation commerciale che avrebbe potuto colpire ulteriormente la sua economia.

“L’India e gli Stati Uniti condividono l’impegno a promuovere l’innovazione e questo quadro approfondirà ulteriormente gli investimenti e le partnership tecnologiche tra noi”, ha nel frattempo scritto su X il primo ministro indiano Modi.