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Come largamente previsto, la Federal Reserve torna ad una politica monetaria più accomodante tagliando i tassi di interesse di 25 punti base. C’era chi si aspettava un taglio di 50 punti, come il presidente Donald Trump, e chi non pensava che un taglio fosse necessario, come i presidenti della Fed di Kansas City e Boston. Ma un approccio di politica monetaria espansiva alla Fed non si vedeva dal dicembre 2008, anno della grande recessione. 

L’adeguamento a metà ciclo operato dalla Fed giunto nella sera di mercoledì 31 luglio non sorprende. Ma durante il Q&A della conferenza stampa due domande sembrano prevalere. Perché? E per quanto? Il taglio dei Fed Fund Rates non giunge in risposta a numeri negativi dell’economia statunitense. I dati in arrivo dai fondamentali economici, finora positivi, non sembrano spiegare la decisione della banca centrale statunitense di tagliare il costo del denaro operata. I numeri parlano chiaro. Come riportato da Milano Finanza, i Non-farm payrolls di giugno hanno riportato la creazione di 224mila nuovi posti di lavoro, mentre nel settore privato si parla di 191mila nuovi impieghi. Il tasso di disoccupazione rimane sotto il 4%. L’economia avanza a ritmo sostenuto con un PIL in crescita al 3,1% ed un outlook che rimane positivo. Unico punto di criticità, nel mirino della Federal Reserve, rimane l’inflazione. 

È proprio di inflazione che Jerome Powell, numero uno della Fed, parla largamente. Rappresentata dal Pce, o Personal Consumption Expenditures, l’inflazione statunitense a luglio si attesta all’1,64%, vicina al 2% voluto dalla Fed, ma non abbastanza. Tra gli altri motivi dietro la decisione di tagliare i tassi dei Federal Fund vi è, infatti, anche quello di riuscire a raggiungere il target del 2%. Ad avvallare tale teoria è lo stesso Powell che ricorda come le politiche sempre più accomodanti adottate dalla Federal Reserve da inizio anno abbiano spinto la crescita economica del paese e come questo approccio potrebbe portare al raggiungimento degli obiettivi di inflazione.

Ma le motivazioni dietro l’approccio colomba della Fed giungono anche da oltre oceano. Nella conferenza stampa di Washington, infatti, Jerome Powell spiega come quella di tagliare il costo del denaro sia una decisione prudenziale che tiene conto delle incertezze economiche globali. Se fino allo scorso giugno la Federal Reserve si è dichiarata, infatti, data-dependent, quindi attenta ai dati in arrivo dall’economia, in luglio il Federal Open Market Committee, o Fomc, fa inversione di rotta e adotta una visione più lungimirante, decidendo di concentrarsi sui possibili downside risk legati al rallentamento dell’economia riscontrato nelle altre forze economiche mondiali. Tra le minacce all’economia crescente statunitense vi sono, infatti, il calo del manifatturiero riscontrato nell’eurozona e in Cina, così come un rallentamento dell’economia globale e del trading internazionale. 

Come affermato dal numero uno della Fed Powell durante il Q&A, con questo taglio dei tassi il Fomc decide di adottare una misura di risk management, andando contro quel risk appetite che è prerogativa di altre banche centrali al fine di rafforzare la traiettoria inflativa e continuare a nutrire la galoppante economia statunitense mettendosi a riparo da eventuali risonanze del rallentamento, o recessione, delle altre economie mondiali. 

Powell ritorna più volte sulla questione ripetitività. Il numero uno della Fed, infatti, ci tiene a ripetere che la decisione di luglio della banca centrale non si impegna a garantire l’avvio di un ciclo di tagli dei tassi, ma non esclude neanche che ce ne saranno di altri nel corso dell’anno.

Combattere il rallentamento delle economie

L’attuazione di politiche monetarie espansive non è però prerogativa degli Stati Uniti. Anche la Bce a luglio si veste da colomba. Solo lo scorso 25 luglio, difatti, il Consiglio direttivo della Banca centrale europea ha comunicato la decisione di mantenere invariati i tassi d’interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali e marginali, così come sui depositi presso la stessa, fino alla metà del 2020. Una decisione, quella comunicata dal numero uno della Bce, Mario Draghi, tesa a stimolare l’economia dell’eurozona in rallentamento.

A preoccupare la Banca Centrale sono le tensioni geopolitiche, un protezionismo crescente e la vulnerabilità dei mercati emergenti. Persino peggiori sono le previsioni soprattutto per quanto riguarda il settore manifatturiero. L’indice Pmi manifatturiero tedesco del mese di luglio è crollato a 43,2 punti rispetto ai 45 di giugno, dato peggiore degli ultimi 7 anni e al di sotto della soglia che indica l’inizio della fase di contrazione, posta a 50 punti. Un effetto che, a casa delle catene di valore, si rifletterà in tutta Europa, come affermato da Draghi stesso. In questa occasione il presidente della Bce apre anche ad un nuovo programma di Quantitative Easing, il programma di acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale. Entrambi gli interventi si pongono l’obiettivo di stimolare la crescita dell’eurozona, così come dell’inflazione che nel mese di luglio rimane lontana della soglia target del 2%, all’1,1% (dati Eurostat).

Queste stesse decisioni sembrano essere il regalo d’addio che Mario Draghi lascia all’Europa. Il presidente del “Whatever it takes” lascerà l’Eurotower il prossimo 1 novembre passando il testimone di guida della Bce a Christine Lagarde, ormai ex direttore del Fondo Monetario Internazionale e la forward guidance presentata da Draghi nella consueta nota a margine del Consiglio direttivo vuole essere anche la traccia di un percorso da seguire per il nuovo presidente.

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