Cinque sfide economiche stanno segnando oggigiorno i rapporti italo-francesi in cerca di ridefinizione verso nuovi equilibri. Come i suoi predecessori, anche Giorgia Meloni si trova a dover gestire la “sfida francese”, ovvero la pressione esercitata sull’economia italiana dal dinamismo di un capitalismo francese estremamente politico, in cui la sinergia tra pubblico e privato si muove nel quadro dell’interesse nazionale di Parigi. Nell’era del ritorno in campo degli Stati la proiezione francese nell’economia verso l’Italia è funzionale a rafforzarne il peso nel campo europeo, nel quadro di un disegno di sistema che anche la presidenza di Emmanuel Macron coltiva dal 2017. E che include la ricerca dell’autonomia strategica del Paese, la difesa del massimo gradiente di indipendenza operativa in campo militare, economico, geopolitico, la commistione di autorità pubbliche e private nel perseguire la proiezione nazionale.
La Francia ha da sempre una grande attenzione al sistema-Paese Italia, anche se la voce della “conquista” transalpina della nostra economia è grandemente esagerata. Parigi è tra i Paesi con maggior attenzione a esercitare un’influenza diretta su Roma, ma i risultati sono alterni. Non a caso le prime due delle cinque, importanti, partite aperte sono da segnalare perché sottolineano altrettante sconfitte francesi. Una è quella dell’affare KKR-Tim, l’altra quella del deal Ita-Lufthansa. La Concorrenza Europea ha dato il via libera sia al passaggio dell’infrastruttura telco di Telecom, incorporata in NetCo, al fondo americano, contestato dalla prima azionista di Tim, la francese Vivendi, che al deal con cui la compagnia erede di Alitalia si integrerà con il colosso tedesco dei trasporti aerei invece che con Air France.
Risulta invece favorevole alla Francia la decisione di cedere Microtecnica, azienda italiana di componentistica della Difesa controllata da una delle filiali britanniche (Keeney Hill Ltd) della casa madre statunitense Ratheon RTX, alla transalpina Safran su cui Meloni ha fatto cadere il veto proprio nel day-after delle elezioni europee che in patria l’hanno vista incoronata vincitrice mentre oltre le Alpi Macron cadeva a picco e scioglieva il Parlamento.
StartMag ricorda che “l’Italia si è consultata anche con la Germania prima della decisione. Il governo tedesco ha espresso preoccupazione per il fatto che l’accordo potrebbe portare all’interruzione delle forniture di pezzi di ricambio e servizi per i programmi di caccia Eurofighter e Tornado” salvo poi ricevere rassicurazioni sul tema dalla Francia. La pressione del capitale francese può generare ricadute sulla produzione e gli investimenti, e il governo Meloni, dopo aver imposto il veto tramite golden power in autunno, ha poi dato semaforo verde. Il differenziale di potenza tra Parigi e Roma è tutto qui: un “no” francese sarebbe stato per sempre, uno italiano è limabile e assecondabile politicamente.
Dunque, c’è una Francia che penetra in Italia e una che viene controbilanciata da partner-rivali per l’influenza sul Belpaese. Non a caso Usa e, in secondo luogo, Germania formano con Parigi il trittico di potenze maggiormente interessate all’influenza sull’Italia. Anche in campo economico. Ma questo non significa che l’Italia non abbia spazio per sgomitare e definire un perimetro: il quarto e il quinto dossier da considerare sono quello di StMicroelectronics, il colosso italo-francese dei chip, e di Borsa Italiana. Sul primo fronte, Roma è riuscita a spuntare a Parigi in cda un dualismo italo-francese ai vertici e l’ampliamento degli investimenti di St a Agrate e Catania per bilanciare i torrenziali finanziamenti a Grenoble-Crolles. Su Borsa Italiana, dal 2021 in mano alla francese Euronext, lo sciopero dei dipendenti del 27 giugno metterà sotto l’attenzione dei regolatori la necessità di bilanciare proprietà e controllo sul suolo italiano. E Meloni ha promesso di accendere un faro per riequilibrare in parte la situazione.
Insomma, l’Italia può, in casi di necessità, mettendo ben chiare a terra le sue prerogative strappare concessioni ai francesi (St e potenzialmente Euronext) o comunque far sentire la sua voce al tavolo con Parigi. Su altri fronti (Microtecnica) i compromessi si possono fare ma senza poter fermare una marcia transalpina che non è però “napoleonica”. Tant’è che, Tim e Ita confermano, non è solo Parigi a attenzionare un’Italia che, nella geometria variabile delle alleanze economico-industriali, può a ogni tavolo giocare il suo interesse col partner più conveniente. Mirando, ovviamente, a non vedere il suo sistema economico spartito ma giocando consapevolmente tutte le sfide.

