Mario Draghi ha presentato la lista dei ministri dopo aver accettato l’incarico da Sergio Mattarella e composto una squadra di quindici ministri politici e otto indipendenti, pescati dall’alta burocrazia statale, dall’accademia, dall’impresa pubblica e dal mondo della giustizia. Un richiamo alla “riserva della Repubblica” che ha nella scelta dell’ex Ragioniere generale dello Stato Daniele Franco al Mef la conferma di un confronto serrato e continuo tra Draghi e Mattarella per la nomina dei membri dell’esecutivo.

Spicca, in questo contesto, il fatto che una vera e propria centralizzazione dei ruoli tecnici sia legata ai ministeri che gestiranno con diretta competenza i fondi del Recovery Fund e che sono accomunati da un’analoga predisposizione a portare nell’esecutivo una visione diametralmente opposta a quella del governo uscente di Giuseppe Conte.

Quattro figure, in particolar modo, destano attenzione e incarnano la volontà del duo Mattarella-Draghi presentando all’Europa un Recovery Plan decisamente ristrutturato e organizzato in forma più strategica per evitare che su Roma cada la “mannaia” della bocciatura verso cui la strategia giallorossa si incamminava. Parliamo del Ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, del ministro delle Infrastrutture Enrico Giovannini, del titolare della Digitalizzazione, Vittorio Colao e del neo-ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi.

Ambiente, grandi opere, digitalizzazione, rilancio dell’istruzione: le quattro chiavi per il futuro del Paese sono assegnate a altrettante figure d’alto profilo sulla cui nomina, pur gradita a molti partiti della maggioranza, si intravede lo scrutinio di Mattarella in continuo confronto con Draghi. Con un obiettivo comune: dare risposte sia sul piano di rilancio del Paese che sulla creazione di una visione di sistema che i giallorossi si sono dimostrati incapaci di edificare

Partiamo dal titolare del nuovo ministero per la transizione, Roberto Cingolani. Il fisico, fino ad ora a capo dell’Innovazione di Leonardo, è considerato l’uomo giusto per mediare con pragmatismo la battaglia ambientale con le necessità dell’industria e delle sfide strategiche per il Paese. Cingolani, in un editoriale pubblicato a ottobre su Airpressha sottolineato che la sua visione è prima di tutto incentrata alle tematiche della robotica e dell’innovazione: l’Italia a suo parere avrebbe necessità di  “creare prima di tutto un’infrastruttura digitale completa, dal super-calcolo al cloud, dal 5G alla cyber-security, dall’applicazione dell’intelligenza artificiale alla manifattura fino alle reti”. E questa visione organica si adatta al fatto che la transizione energetica e la battaglia ecologica vanno intese innanzitutto come grandi partite tecnologiche che ristruttureranno le catene del valore nella mobilità, nell’industria manifatturiera, nella distribuzione elettrica, nell’edilizia e in altri settori ad alto valore aggiunto. Di fronte a un Recovery Plan privo di ambizioni industriali come quello giallorosso, coniugare questa esigenza laddove si dovranno concentrare il 37% dei fondi appare prioritario.

Il professor Giovannini, portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile e già Ministro del Lavoro e presidente dell’Istat, appariva il favorito per la carica ricoperta da Cingolani ma è stato dirottato da Draghi e Mattarella sulle infrastrutture e i trasporti. Segnale da non sottovalutare: Giovannini è stato critico sulle scelte del precedente governo sulla carenza di investimenti produttivi in ambito ambientale e per la ripartenza del Paese e ha dichiarato che per l’Italia “il problema è garantire la giusta transizione, perché in questo processo di trasformazione, pezzi di sistema produttivo perderanno il loro ruolo e il loro potere, con ripercussioni sull’occupazione. E allora ci sono solo due strade da prendere: o rallentiamo o acceleriamo”. E legare la sua figura al mondo dei trasporti ci richiama alla grande sfida del rafforzamento del sistema-Paese nell’innovazione della mobilità, dal trasporto intermodale alle nuove forme di mezzi per la mobilità ferroviaria e su gomma, che è ipso facto una questione di sostenibilità.

In quanto a Colao, la nomina al tema della digitalizzazione del manager bresciano a lungo a capo di Vodafone appare perimetrata in maniera ben più pragmatica rispetto a quanto fatto da Giuseppe Conte, che lo incaricò di guidare la task force che produsse le bozze del primo Piano nazionale di ripresa e resilienza, tanto vasto quanto vago. Su temi come 5G e reti di telecomunicazione, sicuramente, Colao è figura di peso: e bisognerà valutare come imposterà le strategie sul Recovery Fund dopo che il suo predecessore Paola Pisano ha posto le basi dell’ingresso dell’Italia nelle strategie “sovrane” europee sul cloud dati (Gaia-X) senza però sanare definitivamente il nodo del posizionamento “politico” di Roma nella partita tecnologica. Colao in un’intervista al Foglio è stato molto chiaro sulle priorità che intende necessario affrontare sul fronte digitale: “Oggi è necessario dare aiuti economici, strumenti, informazione, formazione per un futuro più digitalizzato. Va capito come gestire e come accompagnare i disoccupati”, questione che ritiene “un grande tema. Tuttavia rimango ottimista. Questa è l’occasione per riportare lavoro dove ce n’è poco. Navighiamo in acque difficili ma abbiamo il dovere di mitigare il costo della transizione”.

Il trio Colao-Giovannini-Cingolani è dunque il perno su cui Draghi e Mattarella hanno impostato il nuovo esecutivo. Un trio che dalle stesse competenze professionali è pensato come complementare: Cingolani è un esperto di innovazione che può coadiuvare Colao e essere a sua volta supportato da Giovannini sul fronte delle politiche “sostenibili”.

Un nome da non sottovalutare è quello del neo-ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, entrato più in sordina nella squadra di Draghi. Nel recente saggio “Nello specchio della scuola. Quale sviluppo per l’Italia” (Il Mulino) l’ex assessore regionale emiliano e membro della task force di Lucia Azzolina ha promosso una visione della scuola basata sul principio di sussidiarietà e sull’attenta cooperazione tra mondo del lavoro e cultura, senza che la professionalizzazione degli alunni prevarichi la costruzione di capacità critiche e cognitive. Nel suo saggio, Bianchi, la cui carriera ha visto passaggi alla facoltà di Economia dell’Università di Ferrara, da consigliere di amministrazione dell’Iri e alla guida della holding Sviluppo Italia, auspica una scuola che sia non solo motore di sviluppo umano e culturale, ma che torni anche ad essere ascensore sociale.

La tesi centrale del libro è che esiste uno strettissimo legame fra educazione e sviluppo”, scrive Industria Italiana. “Dato che negli scorsi anni l’Italia ha investito meno in formazione, oggi il nostro sistema è fra quelli che crescono meno in tutta Europa.  La pandemia, pertanto, non avrebbe fatto altro che manifestare integralmente i limiti e i ritardi del mondo della scuola” e dunque bisognerebbe invertire la rotta per rafforzare il processo di trasformazione della scuola in fattore di mobilità sociale e di presidio dei valori comunitari. Priorità per il cui concreto dispiegamento sarà fondamentale un’interazione continua con la presidenza del Consiglio e i super-ministri che avranno in mano le chiavi del rilancio del Paese. Dal colle più alto della Repubblica, Sergio Mattarella veglierà su questa convergenza: nella struttura del nocciolo duro del governo Draghi si nota che valenza abbia l’espressione di governo del presidente. Un esecutivo nel cui cuore, attorno a Mario Draghi, il potere esecutivo sarà concentrato in figure apartitiche e chiamate a dettare tempi e attività al resto dell’esecutivo.