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La scelta di Donald Trump di sospendere tutti gli extra-dazi (tranne la tariffa base al 10%) per quasi tutte le nazioni del pianeta alzando invece al 125% l’imposizione sulla Cina nella giornata di ieri, è stata la diretta conseguenza della volontà di Pechino di rispondere colpo su colpo all’America. Ora, la mossa della Casa Bianca di esentare buona parte delle economie del pianeta dagli extra-dazi in nome della volontà di trattare ma di escludere la Cina dalle nazioni “graziate” risponde alla logica di portare all’incasso almeno un obiettivo in una guerra commerciale che, sinora, non ha dato i risultati sperati in termini di riduzione del debito e incentivazione agli investimenti negli States.

Sostanzialmente, gli Usa mandano un segnale: o con noi o contro di noi, via libera al disaccoppiamento (decoupling) dell’industria dalla Repubblica Popolare, mandando un messaggio soprattutto ai grandi Paesi manifatturieri dell’Asia orientale. Parliamo dei partner stretti di Washington e Pechino in diverse filiere produttive, prima fra tutte quella dell’elettronica, sia di consumo che industriale, funzionale per animare diverse produzioni (dai chip alle schede grafiche per l’intelligenza artificiale) sulla competizione per il cui controllo si gioca la guerra economica sino-statunitense.

Gli Usa forzano il decoupling, la Cina resiste

Per gli Usa, forzare il decoupling significa innanzitutto tirare dalla propria Taiwan, India, Vietnam, Corea del Sud, Giappone tramite accordi che escludano Pechino. La Cina scommette che così non sarà: da un lato, come ha fatto notare Federico Giuliani su queste colonne, ha lavorato per “ottenere l’autosufficienza economica e tecnologica, così da ridurre la vulnerabilità a sanzioni e limitazioni all’export degli Usa” e anche se “le banche di Pechino hanno ancora bisogno di accedere ai dollari, ma intanto effettuano la maggior parte dei pagamenti internazionali non bancari in yuan”. Dall’altro, può contare sull’arma della leva valutaria, tramite la svalutazione della sua divisa volta a compensare l’effetto dei dazi, e su un’integrazione regionale con i Paesi limitrofi.

Per Pechino il rischio di medio periodo è che molti Paesi pensino alla ristrutturazione dei loro legami commerciali, anche se la Cina può contare sul fatto che esiste una profonda integrazione in catene del valore che hanno alle spalle decenni di strutturazione, di accordi produttivi tra imprese e di partnership commerciali tra soggetti pubblici e privati, oltre che colossali investimenti in conto capitale.

Dietro un fornitore di elettronica vietnamita, molto probabilmente, c’è una filiera di raffinazione di terre rare in Cina, nella Repubblica Popolare hanno sede molte entità che contribuiscono alla fase immediatamente precedente e a quella successiva all’assemblaggio di chip di base a Taiwan, e molte sussidiarie di imprese del Dragone operano in tutta la regione. Le capacità industriali non si creano dall’oggi al domani, e se Trump vuole avviare il disaccoppiamento da questo sistema deve tener conto che nuove produzioni saranno possibili dopo anni di investimento e formazione di un capitale umano e tecnico che ad oggi gli Usa non possono fornire nella mole che l’Asia indo-pacifica garantisce.

Il disaccoppiamento porterà fabbriche in Asia, non negli Usa

Inoltre, visto che la concentrazione industriale in Asia ormai non ha paragone a livello globale, qualsiasi opera di disaccoppiamento potrebbe puntare maggiormente a insediare in altri Stati dell’Estremo Oriente le produzioni piuttosto che a spingere il ritorno dell’industria in America, come auspicato da Trump. Questo è, ironia della sorte, quanto gli Usa incentivano da anni spingendo per legami con i Paesi “amici” (friendshoring) come il Vietnam e Taiwan e con lo spostamento in loco di alcune catene di produzione strategiche.

Alla prova dei fatti, gli Usa potrebbero non fare altro che spostare dalla Cina ad altre zone il deficit commerciale monstre che anima la guerra dei dazi. Come scritto su Sky Insider, se il surplus commerciale cinese verso gli Usa era di 290 miliardi di dollari nel 2024, quello di sette Paesi dell’area (Corea del Sud, Giappone, India, Thailandia, Vietnam, Malesia e Taiwan) con cui Washington ha ottimi rapporti toccava, complessivamente 421 miliardi di dollari, coprendo il 23% delle importazioni americane in un contesto in cui “l’interdipendenza commerciale contribuisce al consolidamento di interessi geopolitici ed economici comuni tra Washington e gli Stati dell’area più fortemente in crescita del pianeta”. E in sostanza cercare di isolare la Cina cambierà solo l’ordine degli addendi, spostando il deficit da Pechino ai Paesi limitrofi.

La guerra commerciale può travolgere il mondo?

Dunque, i rischi di breve periodo che gli Usa devono scontare, dall’alta inflazione al rischio recessione, sono maggiori di quelli che in prospettiva deve affrontare la Cina pronta a sdoganare la sua “economia della resistenza” contro l’offensiva americana. Questa è la leva su cui il Governo di Xi Jinping intende puntare per spingere Washington a trovare prima o poi un accordo, anche se ad oggi esso sembra più remoto, secondo quanto ha analizzato l’Asia Times.

Per questo la Cina ha risposto colpo su colpo, per chiamare il bluff statunitense e spingere Trump a passare dalla strategia all’azzardo, mirando a rendere al contempo fallaci le strategie per usare i dazi per tagliare il debito, quelle volte a sfruttarlo per reindustrializzare gli Usa e le manovre per ricostruire le catene del valore dell’Indo-Pacifico, cuore pulsante dell’economia globale. Una sfida tra giganti che, nel breve e medio periodo, può travolgere il mondo. Portando l’economia globale in un territorio inesplorato.

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