Quando parliamo di Cina tutti i riflettori sono solitamente sempre puntati su Xi Jinping. Eppure, alle spalle di quello che a detta di molti sarebbe l’uomo più potente del mondo, c’è un’altra figura sul quale vale la pena concentrare la nostra attenzione: quella di Liu He. Si tratta del vicepresidente cinese, nonché principale del consigliere economico di Xi. È lui il capo della delegazione di Pechino incaricata di raggiungere la pace commerciale con gli Washington, ed è sempre lui a partecipare ai principali forum allestiti in patria per parlare del ruolo del mercato all’interno dello Stato cinese. In generale, quella di Liu è una visione economica che flirta con il binomio formato da riforme e apertura. Non a caso, pochi giorni fa, il vicepresidente cinese ha scritto sul People’s Daily che per la Cina, oggi più che mai, è necessario assegnare al mercato un ruolo ancora più decisivo dell’attuale nell’allocazione delle risorse in ambito economico. Insomma, la previsione è che il mercato stesso andrà a influenzare perfino la politica del Partito comunista cinese (Pcc).

Più mercato

Ma non c’è niente di nuovo sotto il sole, perché il governo cinese aveva già promesso di abbracciare una visione più liberale dell’economia. Solo che Pechino non ha mantenuto la promessa, o almeno lo ha fatto a macchia di leopardo. Molte aziende statali, soprattutto i colossi dormienti dai costi di gestione più pesanti ai fini del bilancio pubblico, sono state chiuse, così come allo stesso tempo sono state allentate le maglie entro le quali sono chiamati a operare gli investitori stranieri. Tuttavia lo sforzo fin qui fatto non è sufficiente, in parte per la citata guerra dei dazi che ha rallentato la locomotiva cinese, in parte per alcuni problemi endemici. Liu si è accorto che la Cina non può continuare così, a meno che non voglia rischiare una frenata graduale e conseguenti proteste cittadine. In altre parole, il modello cinese deve essere oliato, senza però toccare l’apparato politico.

Riforme necessarie?

Nel suo articolo di oltre 6000 caratteri, Liu affronta un dibattito stimolante, nel quale sottolinea quanto sia importante per la Cina l’economia non statale, cioè quella privata. Pechino ha bisogno che la sua classe media diventi sempre più ampia, ed è così, affidandosi al libero mercato, che il governo cinese spera di espanderne le fila alimentando un grande mercato interno. Certo, si tratterò di un “mercato con caratteristiche cinesi”, ma sempre di apertura si tratta.

Quali sono le soluzioni proposte dal vicepresidente per far ripartire la Cina? Innanzitutto il governo dovrà smetterla di osteggiare le forme di proprietà mista, quindi dovrà concentrarsi su attività relative a settori strategici. Questo porta ad altre due conseguenze: una maggiore concorrenza tra aziende ma soprattutto la chiusura dei rubinetti pubblici per quanto riguarda i sussidi elargiti dallo Stato ai grandi colossi statali. Lo scenario è frammentato, perché il divario economico tra la Cina moderna delle megalopoli e quella più arretrata delle campagne è sempre più marcato. A detta di numerosi economisti, l’unico modo che ha l’ex Impero di Mezzo per evitare sorprese inaspettate è quello di puntare sulle riforme strutturali. Liu He ha lanciato il sasso nello stagno. Sta a Xi, adesso, scegliere di intervenire o meno.

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