Cina: perché abbassare il target di crescita è un segnale positivo

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Nel discorso di apertura delle Due Sessioni del parlamento cinese, l’evento politico più importante dell’anno tenutosi dal 5 al 12 marzo, il primo ministro Li Qiang ha annunciato un obiettivo di crescita per il 2026 compreso tra il 4,5% e il 5%. Un traguardo ambizioso per gli standard europei ma che, per la Cina, rappresenta il più basso dal 1991. Rallentamento economico o lungimiranza strategica?

Il sistema economico cinese si basa su obiettivi strategici di lungo periodo. Il raggiungimento viene scandito da linee guida rilasciate ogni cinque anni, i piani quinquennali, e aggiustamenti annuali. Queste scelte tattiche permettono di adattare la strategia mantenendo saldo l’obiettivo finale: la modernizzazione socialista, spesso definita “modernizzazione con caratteristiche cinesi.”

Modernizzazione con caratteristiche cinesi

A differenza della modernizzazione capitalista occidentale, guidata dal mercato, in Cina la forza trainante è il Partito. La realizzazione della modernizzazione socialista rappresenta una missione storica sin dai tempi di Mao Zedong. In base allo stadio di sviluppo del Paese, anche le strategie si sono adattate e i piani quinquennali hanno rappresentato lo strumento principale per adeguare le politiche economiche alle diverse fasi di crescita e al contesto internazionale.

Un momento di svolta fu segnato dalla leadership di Deng Xiaoping, il successore di Mao. Deng lanciò il piano delle “quattro modernizzazioni” abbandonando l’ideologia rivoluzionaria del predecessore in favore di un pragmatismo necessario per risollevare il Paese dopo la stagnazione della Rivoluzione Culturale. Agricoltura, industria, scienza e tecnologia, e difesa divennero le quattro aree di intervento della politica di “riforma e apertura”. Il cambio di rotta annunciato nel 1978 diede il via a un processo di crescita senza precedenti, basato su un equilibrio tra liberalizzazione economica e controllo statale. Un modello che ha sostenuto tassi di crescita superiori al 9% per oltre trent’anni.

Una volta salito al potere, Xi Jinping ha promosso il suo “sogno cinese” che si realizza anche attraverso il completamento della modernizzazione socialista. Xi ha definito i suoi obiettivi in precisi termini temporali. Tra questi vi è il raggiungimento dello status di Paese “moderatamente sviluppato” entro il 2035, raddoppiando il PIL pro capite del 2020. Alla luce di questa prospettiva, il target annunciato del primo ministro Li potrebbe apparire come un segnale di rallentamento. In realtà riflette una scelta tattica e calcolata.

Il nuovo target

Gli economisti hanno stimato che per raddoppiare il PIL pro capite del 2020, la Cina deve crescere a un tasso medio annuo del 4,17 %. Dunque, seppur più basso, l’obiettivo rimane perfettamente coerente con la traiettoria strategica di Pechino. La scelta del Partito riflette piuttosto l’attuale stadio di sviluppo dell’economia cinese che non punta più a una crescita a ogni costo, ma a uno “sviluppo di alta qualità”.

Per decenni la crescita cinese è stata guidata dalle esportazioni e da massicci investimenti nel settore immobiliare e infrastrutturale. Tuttavia, fattori esterni, come tensioni geopolitiche e dazi, e debolezze strutturali, tra cui una scarsissima domanda interna, hanno minato la sostenibilità di questo modello. La nuova strategia di Pechino, racchiusa anche nel quindicesimo piano quinquennale annunciato durante le Due Sessioni di marzo, punta all’autosufficienza tecnologica attraverso uno sviluppo trainato dall’innovazione e sostenuto dal consumo domestico.  

Pechino ha annunciato che la spesa in ricerca e sviluppo crescerà del 10% nel 2026 con l’obiettivo di trasformare l’economia digitale in un motore trainante del PIL, fino a rappresentare il 12,5%. Un altro aspetto cruciale è l’avanzamento della “AI+”, una strategia lanciata nel 2024 volta a integrare l’Intelligenza Artificiale in tutti i settori economici e sociali. Parallelamente, lo sforzo è direzionato al rafforzamento del consumo interno, sfida strutturale per il Partito. La crisi immobiliare del 2021 e l’aumento dei tassi di disoccupazione, specialmente giovanile, continuano a minare la fiducia dei cittadini, che percepiscono la performance economica del Paese come fragile. Pechino ha deciso di aumentare i redditi delle famiglie con pensioni più elevate e sussidi per l’assicurazione sanitaria.

Il Partito sceglie di scommettere sull’innovazione e sui suoi cittadini, ma questo nuovo modello di sviluppo richiede tempo e maggiore flessibilità. Annunciare un target più basso è dunque un segnale di lungimiranza ragionata e prudenza strategica. Un segnale, forse, anche al mondo: che la Cina si muove verso obiettivi macroeconomici che non riflettono più la crescita di un Paese in via di sviluppo, ma quelli di un’economia sviluppata.