Numeri alla mano, non ha alcun senso affermare che la Cina sia ripiombata nell’incubo Covid. Ciò nonostante, da quando la variante indiana è sbarcata nella parte meridionale del Paese, in diverse aree sono scattate le necessarie misure di sicurezza per contenere (ed eliminare) i focolai. Le stesse, fatte le dovute proporzioni, che oltre un anno fa dimostrarono tutta la loro efficacia nello scenario di Wuhan. La provincia finita nell’occhio del nuovo ciclone sanitario è quella del Guangdong, 115 milioni di abitanti, uno dei massimi centri di produzione della Cina e un pil regionale che, nel 2020, valeva più di 1.700 miliardi di dollari. Giusto per rendersi conto di che cosa stiamo parlando, il prodotto interno lordo di questa provincia cinese ha superato il pil della Corea del Sud e si è avvicinato al peso dell’Italia.

Il Covid ha fatto breccia nella Grande Muraglia sanitaria del Dragone penetrando le difese della città di Guangzhou. Nei primi giorni di giugno, in città sono stati registrati decine di nuovi casi al giorno. Tanto è bastato all’amministrazione locale per imporre il lockdown nei quartieri teatro dei contagi e chiedere a chiunque desiderasse lasciare la provincia l’esibizione di un test negativo effettuato nelle ultime 72 ore. Stando a quanto riferito dalla rivista Caixin, che cita come fonte il capo del reparto di malattie infettive dell’ospedale di Guangzhou, i pazienti ricoverati nella struttura presenterebbero una carica virale più pesante rispetto al passato. Questo significa che la trasmissione del virus sarebbe molto più facile di quanto, ad esempio, non avvenisse a Wuhan nel corso dei primi mesi del 2019.

Restrizioni, tensioni, tamponi

Come ha fatto la variante indiana a bypassare i fossati difensivi allestiti dalla Cina? Non lo sappiamo. Il Guangdong confina con Hong Kong, che proprio all’inizio di giugno ha fatto segnalare almeno una cinquantina di casi. Non è neppure da escludere che il Covid possa essere arrivato direttamente dall’India mediante qualche viaggiatore. Durante le rilevazioni, infatti, una donna è risultata positiva alla variante indiana. Guangzhou ha quindi speso tre giorni per effettuare 18 milioni di test per mappare l’intera popolazione e avere un quadro dettagliato della situazione sanitaria locale. I test di massa si sono estesi anche ad altre località limitrofe, come Foshan, anch’essa colpita da un focolaio.

In ogni caso, le autorità hanno deciso la chiusura di cinema, teatri, locali notturni e altri luoghi di intrattenimento al coperto. La stretta è ancora più severa nelle parti della città in cui il rischio di infezione è stato classificato come alto o moderato. Ricordiamo che a Guangzhou sono stati isolati diversi quartieri, mentre alle persone è stato impedito di lasciare la città o la provincia circostante se non in casi strettamente necessari. La testata Asianews, che ha citato Apple Daily, ha sottolineato la presenza di “tensioni sociali” che si sarebbero verificate proprio nella città di Guangzhou. Alcuni residenti della megalopoli, a causa delle misure restrittive e del lockdown, avrebbero denunciato di essere rimasti senza cibo per giorni o di aver ricevuto aiuti alimentari scaduti. Le prime informazioni sulla presunta scarsità di cibo sarebbero apparse in rete lo scorso 9 giugno, assieme ad alcune lamentele.

Porti bloccati e logistica nel caos

Ma c’è un altro aspetto da considerare con la massima attenzione. Il Guangdong, come detto, è uno dei centri produttivi più rilevanti della Cina, tanto dal punto di vista produttivo che dell’esportazione dei container verso il resto del mondo. Qui sorgono porti altamente strategici, come quello di Yantan e Shekou, entrambi a Shenzhen, e quello di Nansha, a Guangzhou. Ebbene, le restrizioni governative hanno influito anche sulle attività portuali. Nelle ultime settimane si sono registrati notevoli ritardi nelle spedizioni delle merci. Ritardi che stanno aumentando giorno dopo giorno.

La fila di navi che si è accumulata all’estero dei siti portuali dimostrerebbe una situazione piuttosto delicata, a detta di vari analisti anche peggiore di quanto accaduto lo scorso marzo nel Canale di Suez. Stando a quanto riferito da Repubblica, in 14 giorni non sarebbero riuscite a viaggiare la bellezza di quasi 357mila teu (unità di misura utilizzata per indicare il trasporto dei container). All’epoca dei fatti di Suez, la Ever Given causò il blocco di 55 mila teu al giorno per sei giorni. Secondo quanto riportato dal Corriere Marittimo, inoltre, la compagnia di trasporto Maersk (così come Ocean Network Express e OOCL) ha fermato 40 imbarcazioni dirette a Yantian dirottandole in altri porti, provocando il suddetto effetto domino nei ritardi delle consegne.

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