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Cina: meno Stato, più mercato. Xi può impedire il tracollo

Una riforma economica per bloccare l’emorragia economica della Cina e dare nuovo slancio al Paese. Il compito di Xi Jinping è arduo ma non certo impossibile. Il presidente cinese deve valutare attentamente cosa mantenere invariato e cosa invece cambiare nella...

Una riforma economica per bloccare l’emorragia economica della Cina e dare nuovo slancio al Paese. Il compito di Xi Jinping è arduo ma non certo impossibile. Il presidente cinese deve valutare attentamente cosa mantenere invariato e cosa invece cambiare nella pancia del Dragone. Il motore della Cina non è ancora rotto ma si è inceppato. I motivi: un po’ per colpa della guerra dei dazi – che pure danneggia gli Stati Uniti – un po’ per fattori endogeni, come l’invecchiamento della popolazione. Fatto sta che Xi ha l’occasione di far entrare la Cina in una nuova era. Ne ha potere, facoltà e necessità.

Il problema delle imprese statali cinesi

Riavvolgiamo il nastro. Il capitalismo di Stato cinese ha dato ottimi risultati a Pechino, facendo crescere l’economia della Cina a livelli inimmaginabili fino a poche decadi fa. A farne le spese sono stati i Paesi occidentali. Il governo cinese è visto come una minaccia all’interno del sistema commerciale internazionale per due motivi. Intanto per la capacità di attirare capitali a buon mercato verso le proprie imprese statali, sfavorendo al contempo le compagnie private estere sul suolo cinese. Inoltre, secondo alcune accuse, il Dragone ruberebbe i brevetti aziendali dei rivali per favorire i soggetti locali. Trump ha pensato di entrare a gamba tesa sulla Cina con una guerra commerciale. Adesso il clima è più disteso, gli incontri per raggiungere una pax commerciale si susseguono ma ancora non c’è una svolta all’orizzonte.

Nuove riforme economiche

Ma sono le dinamiche interne della Cina a evidenziare qualche acciacco nel modello portato avanti da Xi. Gli investimenti pesanti del governo e la direzione statale producono ormai rendimenti decrescenti. Frenare il ruolo dello Stato e aprendo l’economia cinese verso l’esterno potrebbe essere il giusto mix di medicine per far ripartire la locomotiva Cina. In pratica si tratterebbe di ripetere quelle riforme economiche che negli anni ’80 permisero a Pechino di intraprendere il percorso verso il paradiso. Dal 1980 a oggi l’economia è cresciuta con un tasso annuo pari al 10% e nello stesso periodo sono uscite dalla povertà 800 milioni di persone. Xi dovrebbe solo riadattare quel tipo di riforme al contesto attuale.

La morsa asfissiante dello Stato

Invece Xi ha fatto l’esatto contrario. Da quando il Presidente ha preso il potere, 2013, lo Stato ha stretto la sua presa sul settore privato. Come fa notare l’Economist, la quota dei nuovi prestiti bancari detenuti dalle imprese governative è passato dal 30% al 70%, con tanti saluti ai privati. Pechino ha continuato a immettere steroidi nella sua economia, e continuerà a farlo nell’ottica del piano made in China 2025. I flussi di capitali sono rigorosamente controllati e alcune imprese private devono addirittura creare cellule di partito che avranno voce in capitolo su assunzioni e investimenti. Xi intende in poche parole utilizzare lo Stato per far crescere le industrie statali high tech, sia per modernizzare il paese che per cannibalizzare il mercato privato.

Un modello portato al limite

Nessuno sa quanto questo modello possa durare. Certo è che ogni volta che l’economia rallenta Pechino immette un nuovo stimolo nel sistema. Lo scorso gennaio le banche hanno esteso prestiti per 477 miliardi di dollari: l’ennesimo nuovo record. Per di più la maggior parte delle risorse interne finiscono in progetti dispendiosi o nelle casse di imprese statali non sempre leader dell’efficienza. Il debito continua a salire, la produttività rallenta. Xi dovrebbe limitare il ruolo dello Stato nell’allocazione del capitale e dare respiro al settore privato. Banche e mercati finanziari non devono più essere soggiogati al volere di Pechino e iniziare a operare liberamente. Le aziende statali inefficienti dovrebbero fallire.

Cambiare rotta

La Cina non privatizzerà mai le sue oltre 150mila imprese statali ma potrebbe imitare Singapore. Nella città-Stato esiste una corpo chiamato Temaesk che controlla in un certo senso le imprese statali. Concede loro autonomia me chiede in cambio un operato efficiente, proprio come nel caso di privati. Pechino è a un bivio: la crescita lenta, i debiti, l’asfissiante controllo statale e un’ostilità sempre più diffusa all’estero sono ostacoli fastidiosi. Forse un’economia più liberale – ma non per questo democratica – potrebbe portare la Cina ad arricchirsi nuovamente. E portare Xi ad avere meno nemici.

 





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