Il Covid-19 in Cina è stato silenziato. Ma adesso per il Dragone si prospetta una sfida ancora più complicata: quella economica. Dopo l’emergenza sanitaria, Pechino deve fare i conti con un’emergenza economica altrettanto enorme e senza precedenti. I numeri sono impietosi e registrano una crescita del -6,8% nel primo trimestre dell’anno; dati cupi che non si vedevano da decenni e che riportano le lancette al 1976, anno della Rivoluzione Culturale e della morte di Mao Zedong. Insomma, roba d’altri tempi.
La situazione è complicata, anche perché la legittimità del Partito comunista cinese, e con lei quella del leader Xi Jinping, dipende dai successi economici. Di fronte a uno stop del genere, condito da una contrazione delle offerte del lavoro pari al -27% e dal peso di oltre 200 milioni di disoccupati, la politica dovrà dimostrarsi abile nel bloccare l’emorragia sul nascere. L’Ufficio Nazionale di Statistica cinese ha sciorinato altri valori da far tremare i polsi: rispetto a un anno prima gli asset fissi sono calati del -16%, quelli in infrastrutture del -20%.
E ancora: nel trimestre l’export è calato del -13,3%, a marzo le vendite al dettaglio dei beni del -16% e la produzione industriale è arretrata del -1,1%. Un salasso in piena regola, che indebolisce ulteriormente un’economia che già da qualche tempo si stava incanalando in una traiettoria discendente. Basti pensare che la crescita del 2019 era stata del +6,1%, ovvero il peggior dato dell’ultimo trentennio.
Economia a picco
Lo scorso febbraio Xi Jinping era stato quasi profetico nell’avvertire la Cina a evitare ”elefanti grigi” e ”cigni neri”. Adesso il Covid-19 ha stravolto i piani del presidente, che molto probabilmente dovrà venir meno a una delle sue promesse: eliminare la povertà nel Paese entro il 2020. Impensabile, o comunque molto difficile, riuscire nell’impresa considerando i nefasti contraccolpi economici provocati dal virus. L’obiettivo di Pechino per il 2020, tra l’altro, era attestare la crescita vicino al 6%: altra speranza destinata a restar tale.
Gli esperti sostengono che se anche il secondo trimestre dovesse finire come il primo, cioè travolto di segni meno, la Cina rischierebbe di finire in una recessione. La reazione del governo non è mancata, tra misure monetarie e tagli di tasse, ma nelle prossime settimane non è da escludere il ricorso a nuovi stimoli per scuotere il Paese dalle fondamenta.
Il tasso di disoccupazione relativo a marzo è stato del 5,9% mentre nei due mesi precedenti era pari addirittura al 6,2%. Eppure statistiche del genere hanno una grave pecca: non considerano i 122 milioni di lavoratori migranti che non sono riusciti a raggiungere i rispettivi posti di lavoro a causa del lockdown. La ciliegina sulla torta è il calo del reddito medio: mentre nelle aree rurale il ribasso è stato del -4,7%, in tutto il Paese è stato del -5,9%.
Armonia sociale e tenuta del sistema
Tralasciando il fatto che la caduta di Pechino preannuncia debacle molto simili anche in Europa e negli Stati Uniti, molti analisti si aspettavano uno scenario del genere. Anzi: c’è chi riteneva che la Cina dovesse fronteggiare numeri ancora peggiori. In ogni caso, per Xi Jinping e il Partito comunista cinese, all’orizzonte c’è un problema di tenuta interna. Nel caso in cui il governo non riuscisse a spegnere l’incendio economico provocato dal nuovo coronavirus, l’intero asse portante sul quale si è instaurata l’armonia sociale cinese potrebbe crollare da un momento all’altro.
Al momento una prospettiva del genere sembrerebbe essere scongiurata, visto che le grandi megalopoli, cuori pulsanti della Cina, hanno retto abbastanza bene all’impatto. Certo, anche loro si porteranno addosso inevitabili cicatrici, ma ben peggio è andata alle province interne. È qui che i cittadini, più poveri dei connazionali urbani, potrebbero mostrare segni di scontento. Come d’altronde è già capitato nello Hubei al termine del lockdown. Date le condizioni altamente precarie, basta una scintilla per provocare un disastro di portate epocali.



