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Alla vigilia dell’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping previsto per la fine del mese in Corea del Sud, la Cina ha annunciato l’inasprimento più severo mai adottato sul controllo delle esportazioni di terre rare e magneti permanenti. Con l’Annuncio n. 61/2025, il ministero del Commercio cinese introduce un regime di autorizzazioni che vincola ogni esportazione contenente materiali o tecnologie di origine cinese a una preventiva approvazione di Pechino. Si tratta di una mossa che rafforza la posizione negoziale cinese nei colloqui con Washington e che allo stesso tempo mira a indebolire la base industriale statunitense, in particolare quella legata alla difesa e alla tecnologia avanzata.

Un’arma geoeconomica a effetto globale

Per la prima volta la Cina applica la regola del “foreign direct product” (FDPR) al settore delle terre rare. Questo significa che anche i prodotti fabbricati all’estero, ma che contengono materiali o tecnologie di origine cinese, non potranno essere esportati senza il nulla osta di Pechino. Una misura particolarmente significativa considerando che la Cina controlla circa il 70% dell’estrazione, il 90% della raffinazione e il 93% della produzione mondiale di magneti a base di terre rare. Da dicembre 2025, le aziende collegate a forze armate straniere, in particolare quelle statunitensi, si vedranno negare le licenze di esportazione. Ogni richiesta per uso militare sarà automaticamente respinta.

L’obiettivo è evidente: impedire che componenti o tecnologie di origine cinese continuino ad alimentare le filiere strategiche della difesa occidentale. Radar, missili, caccia, sottomarini e munizionamenti di precisione statunitensi dipendono in modo critico da questi materiali. La mossa di Pechino, dunque, non è solo commerciale: è uno strumento di pressione strategica.

Difesa americana in difficoltà strutturale

Già prima di questo annuncio la base industriale militare americana era in affanno. Gli Stati Uniti producono poco e faticano a scalare rapidamente la capacità industriale per soddisfare la crescente domanda. La Cina, al contrario, sta ampliando la propria produzione di munizioni e sistemi d’arma a un ritmo stimato tra cinque e sei volte superiore a quello statunitense. L’introduzione di nuove licenze e controlli, con revisione caso per caso, darà alle autorità cinesi un potere discrezionale enorme per rallentare, condizionare o bloccare forniture critiche, con conseguenze dirette sulle capacità operative statunitensi e dei loro alleati.

Il controllo sulle esportazioni si estenderà anche ai materiali utilizzati per semiconduttori avanzati, chip di memoria di nuova generazione e apparecchiature di produzione. Le aziende saranno obbligate a fornire documentazione dettagliata su specifiche tecniche, utenti finali e destinazione d’uso. Una burocrazia strategica che si trasforma in arma di pressione globale.

La Cina non si limita ai materiali. Il nuovo pacchetto normativo vieta ai cittadini cinesi di partecipare a progetti esteri di esplorazione, estrazione, lavorazione e produzione di magneti senza autorizzazione preventiva. È un modo per blindare la proprietà intellettuale e impedire la dispersione del know-how che ha consentito a Pechino di conquistare la leadership mondiale nel settore. Una strategia iniziata con il blocco dell’esportazione di tecnologie di raffinazione nel dicembre 2023 e ora portata a un livello superiore.

La leva negoziale prima dell’incontro con Trump

Il tempismo della mossa cinese non è casuale. Pechino sa che la questione delle terre rare sarà centrale nei colloqui con Washington. Nella sua dichiarazione ufficiale, il ministero del Commercio ha sottolineato che la Cina resta aperta al dialogo multilaterale e bilaterale per promuovere un commercio “conforme e stabile”, ma ha chiarito che il controllo strategico non sarà allentato. È la classica tattica negoziale: aumentare la pressione per ottenere concessioni.

Un’escalation di lungo corso

La nuova misura rappresenta un salto di qualità nella “weaponization” delle terre rare. Già nel dicembre 2023 la Cina aveva vietato l’esportazione di tecnologie estrattive e di separazione, e nell’aprile 2025 aveva introdotto restrizioni su sette elementi in risposta ai nuovi dazi americani. Una tregua temporanea era stata raggiunta nei colloqui di maggio in Svizzera, ma è durata poco: Pechino ha ritardato il rilascio delle licenze e costretto molte aziende statunitensi a ridurre la produzione. Questo ha portato a un nuovo scontro diplomatico e a un accordo fragile, firmato a Londra l’11 giugno, che non ha risolto le divergenze strutturali.

Gli USA corrono ai ripari ma restano indietro

Gli Stati Uniti cercano di ricostruire la loro filiera interna. Noveon Magnetics è oggi l’unico produttore di magneti a terre rare nel Paese e ha firmato un accordo strategico con Lynas Rare Earths per potenziare la produzione domestica. Il Department of War (nuova denominazione del Dipartimento della Difesa) ha investito 400 milioni di dollari in MP Materials, diventandone il principale azionista e garantendo un prezzo minimo di acquisto per dieci anni. Ha inoltre concesso un prestito da 150 milioni per espandere l’impianto di Mountain Pass, in California, e ha siglato un contratto decennale per l’intera produzione del nuovo impianto “10X Facility”. Ma questo sforzo richiederà anni per produrre risultati concreti. Nel frattempo, la Cina conserva un potere di influenza considerevole sulle catene di approvvigionamento strategiche di Washington.

Un’arma economica con effetti geopolitici

La strategia di Pechino è chiara: usare la propria supremazia tecnologica e industriale come leva geopolitica. In un contesto segnato dalle tensioni nell’Indo-Pacifico, controllare l’accesso alle terre rare significa poter condizionare la capacità di risposta militare statunitense e dei suoi alleati. Non si tratta solo di materiali strategici, ma di potere. Questa mossa è un messaggio diretto a Washington: senza alternative credibili e tempestive, l’architettura della difesa occidentale resta vulnerabile a una pressione economica calibrata e crescente.

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