Cina in volo e Germania flop, i due volti opposti delle superpotenze dell’export

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I dati contingenti consolidano un trend strutturale: la Cina sta staccando la Germania come grande potenza commerciale e come regina globale dell’export, soprattutto industriale. Sono scale temporali leggermente diverse, chiaramente, ma ieri c’è stata una singolare coincidenza tra pubblicazioni statistiche che mostrano percorsi divergenti.

Cina in volo, Germania giù: i dati sull’export

Pechino registra un nuovo boom nelle esportazioni nei primi due mesi del 2026: +21,8% rispetto allo stesso periodo del 2025, surplus di 213,6 miliardi di dollari in crescita del 25,3% e strada tracciata per infrangere, in temi record, i dati impressionanti dell’anno passato, quando la bilancia commerciale della Cina era in verde di circa 1.200 miliardi di dollari per la prima volta nella storia.

Berlino, nel frattempo, ha conosciuto uno scivolone nel dato contingente di gennaio. L’agenzia di statistica Destatis ha comunicato per gennaio un calo del 2,3% dell’export rispetto a dicembre, a 130 miliardi di euro (152 miliardi di dollari). Sebbene compensato da un calo del 6% delle importazioni, legato alla calma vissuta allora dai prezzi energetici che alimentano la macchina produttiva tedesca, lo scenario parla del peggior tonfo da maggio 2024. Dato più significativo, a trascinare il calo un tracollo proprio dell’export verso Pechino, calato del 13%. Non può bastare a compensare questo dato il fatto che l’istituto Sipri abbia indicato il sorpasso di Berlino su Pechino al quarto posto degli esportatori globali di armi nel quinquennio 2021-2025 (al sesto posto c’è l’Italia).

Il surplus commerciale della Cina travolge l’Europa

C’è, da un lato, una Cina che sta conquistando nuovi mercati e rafforza la sua proiezione verso i territori che già nel 2025 erano stato spazio di espansione per il suo export, l’Asean e l’Unione Europea, come commenta il Financial Times:

L’impennata delle esportazioni a gennaio e febbraio è stata dovuta principalmente alle spedizioni verso il Sud-est asiatico, che sono aumentate del 29,4%, e verso l’UE, che sono aumentate del 27,8%. Le esportazioni verso gli Stati Uniti sono diminuite dell’11%, mentre le importazioni dagli Stati Uniti sono diminuite del 26,7%. Gli economisti affermano, tuttavia, che gran parte delle esportazioni cinesi verso il Sud-est asiatico siano dirette verso gli Stati Uniti nell’ambito degli sforzi per ridurre l’esposizione ai dazi.

Dall’altro, invece, una Germania a cui il rimbalzo delle vendite negli Usa (+11% a gennaio) non basta per ricostruire un sentiero di crescita notevole. La sensazione è che il China Shock in atto sia vero e valido soprattutto per Berlino, che per anni ha costruito una politica economica mercantilista fondata sulla complementarietà di tre elementi: sicurezza fornita dagli Usa, energia a basso prezzo russa, coordinamento con la Cina come grande mercato di sbocco per beni industriali tedeschi in cambio di prodotti a basso valore aggiunto cinesi.

Ora questa equazione si è rotta, e Pechino ha messo l’asso di briscola dopo lo shock energetico dell’Ucraina e la ridefinizione turbinosa dei rapporti con gli Usa, erodendo in casa propria i margini di profitto della Germania industriale. Lo conferma il fatto che i beni fondamentali per gli investimenti in conto capitale tedeschi erano a lungo assorbiti dal mercato cinese, ma dal 2025 il trend si è invertito e Berlino è in deficit su questo fronte.

Modelli economici in conflitto

“Il modello economico cinese è saldamente orientato al predominio globale in settori in cui la Germania è tradizionalmente forte, come l’automotive, l’ingegneria meccanica e la chimica, nonché in settori del futuro come la robotica e la biotecnologia”, nota il Global Public Policy Institute, spiegando come nel 2025 “il deficit commerciale della Germania con la Cina ha raggiunto il livello record di 87 miliardi di euro, con un aumento di 20 miliardi di euro rispetto all’anno precedente”, mentre l’inizio del 2026 chiama un consolidamento di tale trend.

Altri dati strutturali (la svalutazione dello yuan rispetto all’euro, lo shock energetico europeo per la Terza guerra del Golfo, la ripresa della stagione daziaria in senso più sfavorevole all’Ue) chiamano a un ulteriore consolidamento. E la Germania si trova di fronte alla possibilità di veder il suo modello smantellato dalle fondamenta a opera del Paese che riteneva più complementare.

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