Ormai siamo abituati a considerare la Cina una nuova potenza economica globale. Il governo, i media internazionali e gli analisti raccontano da anni la storia di un miracolo in salsa asiatica. La perfetta fusione di socialismo e capitalismo, il controllo dello Stato sui settori chiave, una crescita continua. Ma l’altra faccia dell’economia cinese, quella che nessuno vede e conosce, nasconderebbe una situazione allarmante. Molto più grave di quanto si possa immaginare.
L’allarme del professor Xiang Songzuo
L’allarme arriva da Xiang Songzuo, economista e professore alla prestigiosa Renmin University School of Finance di Pechino. Lo scorso dicembre Xiang aveva tenuto un discorso proprio all’università pechinese sullo stato economico della Cina. Il suo intervento, tradotto in italiano da AsiaNews, è stato censurato in patria per via del contenuto, a dir poco scioccante. Già, perché fra le tante cose, il professore ha rivelato che la crescita del Paese per il 2018 non sarebbe stata del 6,5% ma di appena 1,67% o addirittura negativa. Il debito cinese avrebbe inoltre superato ogni livello di pericolo e toccato il 300% del Pil. Per questo motivo, continua l’accademico, le imprese private e statali andrebbero a picco. Soltanto alcune drastiche riforme economiche, suggerisce Xiang, potrebbero salvare la Cina da un crollo imminente.
“La bolla speculativa sta per scoppiare”
Catastrofismo senza senso? L’autorevole professore sembra sicuro delle proprie idee. Anche Stati Uniti e Unione Europea sono alle prese con diverse beghe economiche. I primi con l’eterna bolla finanziaria, i secondi con una debole politica monetaria. Ma la Cina starebbe ancora peggio perché sarebbe preda di una bolla totale. Una bolla che toccherebbe l’apparato finanziario, monetario e pure economico e sociale. Una bolla pronta a scoppiare e portarsi con sé un miracolo di carta.
Le cause: errori del governo e la guerra commerciale con gli Stati Uniti
Nel 2018 l’economia cinese ha subito un rallentamento. L’Ufficio nazionale di statistiche parla di una crescita in calo rispetto all’anno precedente. Quali sono state le cause di questa crisi? Innanzi tutto, per Xiang, il governo dovrebbe favorire le imprese private e gli imprenditori. Invece sempre più spesso il settore privato non viene tutelato a dovere, a discapito del non sempre efficiente settore pubblico. C’è poi la guerra commerciale con gli Stati Uniti, che ha risucchiato energie preziose al Dragone. È anche per colpa di Washington che le esportazioni di Pechino sono diminuite, trainando in basso anche i consumi interni. Considerando che i consumi e il settore dei servizi equivalgono a circa il 78,5% del Pil, è facile capire come la sottovalutazione delle mosse americane possa aver danneggiato l’economia cinese.
Le cinque fasi di consumo
Per capire meglio il presente, ripercorriamo le cinque fasi di consumo che ha attraversato la Cina. Nella prima, intorno agli anni ’80, le autorità dovevano risolvere il problema del cibo. Successivamente si entra nella fase dei “nuovi grandi tre”, ovvero frigorifero, televisione a colori e lavatrice. È il periodo in cui le famiglie iniziano a intravedere un minimo di benessere. Alle porte del nuovo millennio il Dragone approda al terzo step, quello del consumo delle informazioni. Quindi automobili e proprietà immobiliari completano il cerchio. Xiang sostiene che queste cinque ondate siano ormai arrivate alla loro conclusione. Sono calate le vendite di auto, così come delle case.
Il rischio finanziario e lo spettro default
L’economia rallenta ma allo stesso tempo il rischio finanziario cresce. “Nel mercato dei finanziamenti diretti – ha dichiarato il professore – sia i bond che le azioni di borsa nel 2018 si sono dimezzati. Molte compagnie sono divenute inadempienti”. Il debito totale causato da un simile default ha superato i 100 miliardi di renminbi, cioè 14,5 miliardi di dollari per i primi tre trimestri. Presto potrebbe toccare, o addirittura superare, i 120 miliardi di renminbi. Oltre alle imprese, indebitate fino al collo, anche i governi locali rappresentano un problema per la stabilità economica del Paese. L’Ufficio nazionale parla di 17.800 miliardi di renminbi, altre fonti più di 40 mila miliardi. E difficilmente i governi locali riusciranno a ripagare i propri debiti.
Borsa a picco
Neppure la borsa è esente da questo tsunami. Le azioni cinesi sono in declino e alcuni titoli sono scesi dell’80-90%. Xiang punta il dito contro un sistema che non funziona. Le oltre 3.000 compagnie listate nella borsa cinese non guadagnano, o intascano pochi profitti. Due terzi di questi soldi finiscono nelle casse del settore bancario e immobiliare. “Il declino economico della Cina – prosegue l’accademico – indica che vi è un problema maggiore legato all’espansione e alla crescita. Essa ha deviato dai fondamentali e si è mossa verso la speculazione”.
Un futuro poco roseo
Le conclusioni di Xiang sono piuttosto cupe. “L’economia cinese – chiude l’accademico – alla base è costruita sulla speculazione, e ogni cosa è super indebitata. Il problema della nostra economia non è più la velocità o quantità, quanto piuttosto la sua qualità. Abbiamo giocato per troppi anni con il credito e gli strumenti monetario. Se non verranno prese contromisure, l’economia cinese rischia di rimanere in tempi difficili per un lungo periodo”.



