Quando lo scorso gennaio la Cina si è trovata a fare i conti con la diffusione del nuovo coronavirus, Pechino ha scoperto di essere a corto di dispositivi di protezione individuali (DPI). Senza un farmaco né un vaccino disponibili, gli esperti hanno consigliato ai cittadini di munirsi di guanti, gel igienizzante e mascherine per evitare il contagio. Molti Paesi, che certo non immaginavano di essere le prossime vittime del mondo, hanno quindi spedito ingenti quantità di aiuti sanitari al governo cinese.
Il Dragone ha apprezzato il supporto ricevuto, tanto che, tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo – quando il Covid, oltre la Muraglia, iniziava la sua fase discendente – il gigante asiatico ha restituito il favore, inviando tonnellate di pacchi in giro per il mondo. Ventilatori polmonari, tute, guanti e loro: le immancabili mascherine. Nel giro di pochi mesi, insomma, dall’essere a corto di DPI, la Cina si è trasformata in uno dei maggiori produttori mondiali.
Non solo: Xi Jinping ha approfittato della resilienza delle industrie nazionali per lanciare la Via della Seta Medica, cioè un insieme di collegamenti diplomatici basati sull’invio di aiuti sanitari alle nazioni in difficoltà. Anche l’Italia, il primo Paese europeo travolto dal Covid, ha ricevuto, tra gli altri strumenti, milioni di mascherine.
Cavalcare l’onda, capitalizzare il boom
Ben presto numerose aziende cinesi hanno riconvertito la loro produzione industriale. Le mascherine sono diventate un vero e proprio business. “All’inizio dell’epidemia – ha spiegato al South China Morning Post Huang Wensheng, un “veterano” nella produzione di mascherine – la gente comprava qualsiasi maschera fosse disponibile nei negozi. Ma, da quando la situazione è migliorata, la gente ha più scelta. Di conseguenza i produttori non qualificati sono stati eliminati dal mercato”.
È la dura legge della domanda e dell’offerta. In un primo momento chiunque si gettava nel giro delle mascherine aveva l’occasione di realizzare ottimi guadagni. A lungo andare si è tuttavia creata un’inevitabile bolla. Il motivo è semplice: migliaia di produttori opportunisti – racconta ancora il South China Morning Post – si sono gettati nell’industria cinese delle mascherine solo e soltanto per capitalizzare il boom durante la fase più critica della pandemia. La conseguenza? La bolla si è gonfiata fino a esplodere. I produttori meno esperti nel maneggiare tessuti sono quindi stati costretti a chiudere la saracinesca delle loro attività.
La bolla delle mascherine
Nella corsa all’oro delle mascherine, aziende che mai avevano realizzato oggetti del genere hanno investito piccole fortune per convertire le loro linee di produzione. Molte di loro sono riuscite ad accumulare tessuto ma non sono state in grado di produrre una sola mascherina. Altre, che invece hanno ingranato, sono presto cadute in disgrazia.
Nel momento di massima emergenza, imprese del genere mantenevano le macchine in funzione 24 ore su 24, sette giorni su sette. Oggi quel periodo sembra soltanto un lontano ricordo. Basti pensare che, secondo Tianyancha, un sito di informazioni sulla registrazione delle società, nei primi cinque mesi dell’anno ben 70.802 nuove società si sono registrate per fabbricare o scambiare maschere made in China, con un aumento del 1.256% rispetto all’anno precedente. A maggio ecco la repentina inversione del trend: le nuove registrazioni di società sono calate del 70,84%.
Un po’ per la concorrenza, un po’ per il calo dei prezzi e in parte per le nuove regole di esportazione (è diventato più complicato esportare le mascherine all’estero, senza severi requisiti di licenza), un discreto numero di “produttori speculativi” ha alzato bandiera bianca. C’è chi “spera” in una seconda ondata per smaltire le scorte rimaste invendute. Ma la maggior parte dei “giocatori di marea” – termine cinese usato per definire individui intraprendenti che si gettano per primi in un business fiorente, senza averne adeguate conoscenze – ha dovuto arrendersi.
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