Molto spesso nella pubblicistica e tra gli analisti è riproposta la tesi secondo cui, in caso di inasprimento delle tensioni bilaterali, la Cina potrebbe colpire gli Stati Uniti d’America con una vendita massiccia dei titoli di debito di Washington detenuti dai suoi istituti finanziari e dalle società controllate dallo Stato. La suggestione è tornata prepotentemente di moda dopo che sono stati resi pubblici, a metà maggio, i rapporti trimestrali del Tesoro Usa, che hanno segnalato un calo di circa 10 miliardi di dollari del portafoglio titoli controllato da Pechino, la quale vede la sua quota attestata attorno 1.120 miliardi (circa 1.000 miliardi di euro).

Pechino intende vendere massicciamente il debito Usa per imporre una ritorsione all’amministrazione Trump e ai suoi dazi commerciali? Non esattamente. La manovra appare una scelta tattica volta a garantire maggior respiro allo yuan, la divisa cinese, attraverso un leggero riassetto del paniere titoli di Pechino. In ogni caso, la Cina avrebbe grandi difficoltà a utilizzare l’arma debitoria per colpire Washington.

In primo luogo per una mera questione di analisi costi-benefici. “La Cina non può infatti liberarsi tanto facilmente di questi titoli del Tesoro senza disporre di un’alternativa credibile per reinvestire i propri averi”, fa notare Italia Oggi. “E se Pechino da anni si butta a capofitto sulle obbligazioni americane è perché questo mercato è l’unico in grado di assorbire le riserve cinesi. Non solo. I buoni del Tesoro americano offrono anche un rendimento di gran lunga migliore rispetto ad altri attivi liquidi e sicuri, come i Bund tedeschi o i titoli di stato giapponesi”. Causare un crollo del valore del dollaro sarebbe problematico per la stessa Pechino, che in numerosi parti del mondo commercia basando sul biglietto verde i prezzi e possiede rilevanti riserve della divisa statunitense.

In secondo luogo, strettamente collegata, vi è la natura fortemente interdipendente dei due sistemi economici. Non bisogna dimenticare che l’ascesa della quota di debito Usa controllata da Pechino avvenne durante la Grande Recessione, quando di fatto la Repubblica Popolare “sussidiò” il suo debitore numero uno per sostenere il mercato interno Usa e poterlo continuare a rifornire, impedendo che il motore si inceppasse definitivamente. Con buona pace di Donald Trump, per gli Stati Uniti la natura di primi consumatori di beni cinesi al di fuori dell’Impero di Mezzo è una delle principale ragioni che giustificano l’impossibilità dell’opzione nucleare sul debito.

Infine, è necessario ricordare che reclamare un credito non è garanzia assoluta della sua riscossione. A maggior ragione quando a essere coinvolta è la logica di potenza spinta all’estremo. La Cina potrebbe senz’altro, in futuro, chiedere la liquidazione delle sue quote di debito Usa. Ma gli Stati Uniti, attualmente, dispongono di tutte le carte in regola per poter puntare i piedi. I gruppi di portaerei, lo status di prima potenza militare globale, il ruolo di valuta di riserva dei commerci internazionali del dollaro sono garanzie sufficienti per affermare che mai Washington potrebbe essere mandata in default da una manovra esclusivamente economica. Solo nella nostra narrativa ipersemplificata e votata eccessivamente all’economicismo potrebbe essere pensabile un’opzione del genere. Alla Cina risulterebbe difficile, in seguito, riallocare i suoi asset finanziari e difendersi dalla prevedibile reazione statunitense. L’opzione del debito, dunque, non è praticabile per Pechino. Ben più grave, per gli Usa, può essere il fronte delle terre rare, su cui si gioca la sfida decisiva.