Il grafico è emblematico. Dal 1981 al 2017 la Cina ha portato tra 800 e 900 milioni di persone fuori dalla condizione di povertà estrema. Anche l’Asia-Pacifico ha fatto un discreto lavoro passando da circa 1.1 miliardi di gravi indigenti a qualche decina di milione. E il resto del mondo, Occidente compreso, come si è comportato? Abbastanza male, visto che la barra è scesa soltanto da 1,9 miliardi a quasi 900 milioni. I dati raccolti provengono da PovcalNet, uno strumento computazionale interattivo della World Bank che permette di calcolare e replicare le stime di povertà e disuguaglianza globale.
Ebbene, questi dati ci dicono che la Cina è la principale responsabile della riduzione della povertà estrema nel mondo. Ma come ha fatto il “modello cinese” a fare quello che, almeno in termini empirici, nessuna democrazia occidentale è ancora riuscito a fare in proporzioni così grandi?
Premessa doverosa: il modus operandi di Pechino non deve essere né esaltato, né demonizzato ma soltanto analizzato a dovere. Il Dragone ha utilizzato lo stesso strumento economico che avrebbero a disposizione le società liberali, ossia il capitalismo, solo che ha saputo evidentemente sfruttarlo meglio. Come? Affiancandolo a una seria gestione politica dell’intera faccenda economica. Una gestione che, nel corso degli anni, ha dato la precedenza a investimenti mirati in infrastrutture e istruzione.
La Cina e la povertà estrema
I numeri assumono spesso un significato diverso a seconda di come vengono fatti parlare. Nel 2021, per esempio, il presidente cinese Xi Jinping celebrava la vittoria del suo Paese contro la povertà estrema, sottolineando l’uscita da questa condizione di circa 100 milioni di persone in appena otto anni. “Secondo i criteri attuali, tutti i 98,99 milioni di poveri che vivono nelle zone rurali sono usciti dalla povertà e 832 contee colpite dalla povertà e 128.000 villaggi sono stati rimossi dalla lista di povertà”, aveva dichiarato all’epoca.
C’è però chi ha storto la testa mettendo in discussione la misurazione dei dati, visto che in Cina la povertà estrema è definita da un reddito inferiore ai 620 dollari all’anno, ossia 1,69 dollari al giorno rispetto alla soglia globale di 1,90 stabilita dalla World Bank.
Eppure, valutando comunque la soglia di povertà di 1,90 dollari al giorno della World Bank, il tasso di povertà nazionale cinese è comunque sceso da quasi il 90% nel 1981 a meno del 4% nel 2016: a conti fatti 800 milioni di persone in meno che vivono in povertà estrema. Un oggettivo progresso notevole da qualunque prospettiva lo si guardi.

Il modello di Pechino
I media nostrani hanno scritto poco sugli sforzi della Cina per alleviare la povertà, soprattutto considerando quanta attenzione ha dedicato Pechino al dossier e le criticità in materia che affliggono le società occidentali.
Dal 2014, lancio dell’iniziativa di Xi, al 2021, presunta fine della campagna anti povertà, il governo cinese ha investito 1,6 trilioni di yen (252 miliardi di dollari), senza contare l’erogazione di prestiti per 9,2 trilioni di yen (1,4 trilioni di dollari). In totale, se si sommano tutte le tipologie di finanziamento, la Cina ha speso quasi 14 trilioni di yen per questa iniziativa. Calcolatrice alla mano, si tratta dell’equivalente di circa 2,2 trilioni di dollari, quasi quanto i dipartimenti della Difesa e di Stato degli Usa hanno speso, insieme, per imbastire gli sforzi militari di Washington post 11 settembre.
Ma perché il Partito Comunista Cinese si è interessato così tanto a un tema del genere? I leader cinesi hanno studiato a dovere il passato del loro Paese e sanno che le dinastie sono spesso crollate per due ragioni: le rivolte scatenate da una popolazione insoddisfatta delle proprie condizioni di vita e la corruzione.
Xi si è limitato a completare un piano iniziato già ai tempi di Mao, aggiungendo un’altra motivazione: per smarcarsi dall’Occidente, creare un dinamico mercato interno, alimentare la crescita e i consumi, la Cina doveva attingere ad un nuovo serbatoio di cittadini. Cittadini più ricchi e istruiti, si intende. Da qui la decisione di investire in province, contee e villaggi sperduti, collegare il Paese mediante un efficiente sistema di infrastrutture e garantire l’istruzione a tutti.


