L’anno che si avvia alla conclusione è parso a molti lungo quanto un secolo, per la corsa tenace e dirompente della pandemia di coronavirus, le ricadute sociali, umane. Il marzo scorso può sembrare un orizzonte temporale lontanissimo ora che l’Italia e l’Europa si dibattono tra le difficili prospettive di uscita dalla “seconda ondata” e la conta dei danni economici, sociali e psicologici. Il Paese, in quelle settimane, era in trincea contro l’avanzare dilagante della pandemia e iniziava a sentire il dolore della crisi economica. Acutizzato da parole rivelatesi devastanti per la salute del tessuto economico del Paese: quelle con cui la governatrice della Banca centrale europea Christine Lagarde che, mentre l’Italia subiva lo schianto di Piazza Affari, il sospetto di esser finita vittima di una speculazione finanziaria internazionale e si svegliava con la capitale finanziaria Milano vicina all’epicentro pandemico, acutizzò la crisi dichiarando il 12 marzo scorso che “non siamo qui per ridurre gli spread, non è compito nostro”.

Dichiarazione pericolosa che portò al tracollo del 17% del listino di Milano, ma anche mendace, in quanto contraddicente tutta l’impalcatura d’azione monetaria della Bce. Un clamoroso fallimento della prima prova del dopo Mario Draghi cui è corrisposto, da allora in avanti, un calo dell’esposizione mediatica dell’ex direttrice del Fondo Monetario Internazionale.

Si nota infatti che la Lagarde parla molto spesso a cose fatte, che la Bce da allora abbia accentuato la sua svolta a istituto collegiale e capace di decidere prima che la governatrice si esponga. Una sorta di commissariamento, per così dire, dopo che a marzo c’era il sospetto che le parole della Lagarde fossero venute per effetto della pressione dei falchi rigoristi, a cui la governatrice non aveva saputo opporre resistenza, o addirittura per interesse politico del governo francese, come sospettato negli apparati di potere italiani. Un grande cambio di paradigma rispetto alla leadership “imperiale”, ieratica e distaccata di Mario Draghi, abituato ad agire come depositario di un potere considerevole, vero contrappeso delle meno decisioniste autorità politiche di Bruxelles.

La Lagarde non si espone più sui temi decisivi dell’attualità pubblica, ma sembra muoversi in un’ottica di ordinaria amministrazione. La figura centrale all’Eurotower appare essere il suo capo economista Philip Lane. 

51 anni, membro del board della Bce dal 2019, ex governatore della banca centrale irlandese, Lane è dall’inizio del mandato della Lagarde ritenuto come il contraltare più “tecnico” a una figura di stampo burocratico come la dirigente francese. Cauto nelle dichiarazioni, attento a mediare tra i Paesi del Sud Europa e il fronte del rigore, Lane è ritenuto il regista del Pandemic Emergence Purchase Plan con cui la Bce è tornata in campo contribuendo a sostenere i debiti dei Paesi colpiti dalla pandemia dopo lo scivolone della Lagarde. Il Wall Street Journal, inoltre, ha reso noto come, a seguito dalla clamorosa gaffe comunicativa dello scorso 12 marzo Lane abbia sentito privatamente i dirigenti di un ristretto numero di banche e investitori istituzionali per chiarire il pensiero della Lagarde e evitare un’ondata di panic selling. Tra questi, nota il Wsj, colossi europei (Deutsche Bank, Axa, Ubs) e statunitensi (Goldman Sachs e BlackRock).

Inoltre, è apparso palese che Lane abbia preso in mano con maggiore ragionevolezza diversi dossier scottanti legati alle questioni più impellenti e strategiche dell’Europa monetaria. Sua la scelta di dettare il tempo accelerando sul programma di acquisto titoli su larga scala e l’avvertimento che la crisi pandemica è destinata a produrre danni economici dirompenti e non risolvibili con un mero “rimbalzo” nel 2021. Secondo il Financial Times, sarebbe Lane sia l’artefice del mantenimento dei tassi d’interesse su livelli nulli o negativi sia il regista del piano da 750 miliardi di euro di acquisto titoli che ha costituito l’ossatura del Pepp.

Problemi di lungo termine per la cui risoluzione la Lagarde appariva tutto fuorché adatta. L’appannamento dell’immagine pubblica della governatrice ha portato i decisori economici europei a metterla da parte, come dimostrato di recente dal fatto che sia stato lo stesso Lane ad avvertire sui pericoli che possono esser legati al considerare chiusa l’attuale fase emergenziale e a sottovalutare il ruolo del continuo apprezzamento dell’euro sui mercati internazionali nella diminuzione delle prospettive globali dell’Unione.

A poco più di un anno dalla nomina, la Lagarde appare dunque già “sfiduciata” di fatto come titolare della carica più strategica dell’Eurozona. Questo crea un problema politico, dato che il lungo mandato di otto anni la chiamerà più volte alla ribalta. E sul lungo periodo, finita la fase emergenziale, è naturale che il dualismo con l’eminenza grigia Lane venga ad emergere. Manifestando una volta di più l’inadeguatezza al ruolo del successore di Draghi, la donna che con poche parole mal congegnate ha saputo mandare in fumo in un giorno 70 miliardi di euro nella sola borsa italiana nel marzo scorso.

Un Natale di pace per i Cristiani che soffrono
DONA ORA
Un Natale di pace per i Cristiani che soffrono
DONA ORA