Dopo la prima riunione ufficiale del nuovo presidente della Bce, Christine Lagarde, sono stati annunciati anche gli obiettivi che il nuovo direttore dell’Eurotower vuole raggiungere entro la fine del suo mandato. Sebbene fosse nell’aria, Lagarde ha confermato il mantenimento stabile del tasso di sconto, nell’ottica di continuare a dare stimoli all’economia europea per aiutare la ripresa dei mercati. Le conclusioni più importanti non sono però da ricercarsi nelle semplici decisioni che sono state prese in questo primo incontro, bensì negli orizzonti futuri dell’odierna gestione della politica monetaria.

No ai falchi ed alle colombe

Ai vari nominativi che le sono stati attribuiti dalla stampa Lagarde non ha dato troppa importanza, preferendo al limite essere definita come un gufo, saggio ed osservatore. L’estrema pacatezza durante la conferenza conclusiva della riunione della Bce ha lasciato intendere come prima di agire si preferisca valutare lo svolgersi dell’azione: con attenzione soprattutto alla chiusura delle manovre finanziarie per il 2020 dei vari Paesi aderenti all’unione monetaria.

Oltrepassando le canoniche conclusioni riguardando le speranze per il futuro come l’allargamento dei Paesi aderenti e le formule per tranquillizzare i mercati, l’eloquenza della dirigente si è spinta ancora oltre. Con l’auspicio di un piano imponente di riforme per ogni Stato dell’Europa, il messaggio viene rivolto soprattutto alle economie più deboli dell’Unione, a titolo di sprone per l’ascolto delle direttive europee. Tali direttive, in conformità con quanto richiesto in particolar modo da Berlino e da Parigi, evidenziano una netta preferenza che la nuova presidentessa della Bce ha per le economie forti dell’Unione europea: Francia e Germania su tutte.

I rischi di una Bce a trazione nordica

Mentre sotto Mario Draghi la Bce ha cercato di soccorrere gli Stati in difficoltà con gli strumenti a sua disposizione (Quantitative Easing  e mantenimento basso del tasso di sconto), Lagarde si è presentata con maggiore durezza nei confronti di coloro che non si vorranno allineare con le politiche centralizzate. Il problema nasce quindi nel rapporto con le economie che necessitano maggiormente di stimoli esterni alla crescita, non potendo agire in totale autonomia: ovvero Grecia, Spagna e Italia.

Con l’Eurotower maggiormente intenzionato a sorreggere le economie del Nord Europa, le decisioni monetarie che ne seguiranno potranno rialzare i tassi, non essendoci la necessità di stimolare gli investimenti. E ancora, potranno optare per una svalutazione della moneta, per incentivare le esportazioni dei colossi manifatturieri. Ottimo forse per quanto riguarda le politiche economiche di Berlino ma sconsigliato per i Paesi del Mediterraneo che, a causa della propria bilancia commerciale, si vedono principalmente come importatori di beni dall’estero.

Finora Francoforte si è limitata a dare dei consigli, senza attuare nessun intervento determinante nelle scelte riguardanti la politica monetaria. Tuttavia, le armi a disposizione di Lagarde non si limitano ai semplici accorgimenti operativi: fondano le loro radici sulla forza della parola. La netta chiusura a tutti coloro che opereranno in controtendenza rispetto alle visioni della governatrice sono un chiaro avviso di come misure cautelative potranno essere prese nei loro confronti. Condizione che porta al rischio di una sfiducia anzitempo dei mercati verso quei Paesi che sembrano maggiormente soggetti allo scontro con la Bce. In uno scenario che principalmente (come al solito) non sembra volgersi a favore dell’Italia, che ancora deve assorbire il colpo dell’essersi trovata orfana di Mario Draghi. Ironicamente, in un Paese in cui proprio l’immagine del gufo assume un significato agli antipodi rispetto a quello indicato dal nuovo capo della Bce.