Rachel Reeves, cancelliere-ombra dello Scacchiere del Partito Laburista britannico e papabile prima scelta per il ruolo di custode delle finanze di Sua Maestà in caso di vittoria della sinistra alle prossime elezioni, ha coniato il termine “Securenomics” per definire la piattaforma di ricostruzione della base industriale del Regno Unito e di tutela delle filiere critiche nazionali con cui il Labour vuole tornare al governo.

Reeves, anticipando il manifesto A New Business Model for Britain del partito che fu di Clement Attlee e Tony Blair, rottama in sinergia con il leader Keir Starmer sia le frange più estremiste che cercavano nazionalizzazioni senza visioni industriali che i miti del neoliberismo imbracciati a partire dagli Anni Novanta dall’ala blairiana. “Nella nostra epoca di insicurezza, abbiamo scoperto le debolezze del nostro vecchio modello economico: troppo poco ambizioso sul ruolo che uno stato attivo può svolgere, troppo disposto a credere che la ricchezza scenderà e troppo dipendente dal contributo di pochi territori, poche industrie e poche persone”, ha detto la Reeves in un discorso tenuto a Washington presso il Peterson Institute for International Economics.

La cancelliere-ombra propone di “investire nelle industrie e nelle tecnologie che determineranno il nostro futuro successo economico e costruire la sicurezza finanziaria in ogni famiglia in Gran Bretagna” attraverso la transizione energetica, i semiconduttori, le filiere strategiche dominando la tradizionale linea economica con la priorità della sicurezza nazionale. Sicurezza che un maestro dell’economia come Adam Smith riteneva essere il presupposto necessario per la prosperità di un Paese.

Quanto dichiarato dalla potenziale futura responsabile delle finanze del Regno Unito non è solo una sfida al Partito Conservatore che con la Brexit e i governi di Boris Johnson e Rishi Sunak ha finora latitato sulla sfida della re-industrializzazione. Ma è anche una manifestazione dello spirito del tempo che vede tutte le forze politiche desiderose di ambire al governo in Occidente dover fare i conti con il ritorno in patria delle filiere strategiche per la sicurezza nazionale. Joe Biden negli Usa ha promesso un grande piano di re-industrializzazione poi strutturatosi nell’Inflation Reduction Act; Emmanuel Macron in Francia promuove un’agenda ambiziosa di sostegno a materiali critici e transizione energetica; in Italia c’è fermento sugli investimenti industriali del futuro, la ricerca di miniere di litio, il possibile ruolo del Paese nelle filiere dei chip (con aziende come STMicroelectronics e Technoprobe), nel nucleare del futuro (attenzionato anche dalla stessa Francia) e nei carburanti di ultima generazione (Eni e la raffineria di Priolo osservati speciali).

Insomma, ovunque c’è un fermento politico, industriale, finanziario che ovunque vuole strutturare una risposta all’assertività di Paesi come Russia e Cina, protagonisti di sfide a tutto campo sulle catene del valore e le tecnologie critiche. Il reshoring industriale apparso come decisivo nell’era Covid si è strutturato come friend-shoring, ricerca di catene industriali complementari tra Paesi alleati. Anche di questo si è parlato al recente summit del G7 e si discuterà all’imminente summit della Nato di Vilnius, convocato per inizio luglio.

Il primato della sicurezza nazionale va di pari passo con l’ascesa delle spese militari in tutto l’Occidente e con la spinta al keynesismo militare come leva non solo di protezione degli interessi nazionali dei sistemi-Paese ma anche come volano di sviluppo economico. Partendo dalla primazia della sicurezza, si può anche usare il cambio di paradigma innescato dal Covid, accelerato dal deterioramento della fiducia tra le potenze e completato dalla guerra russo-ucraina come fattore di sblocco di consistenti investimenti pubblici da parte dei governi in controtendenza con le tendenze inflattive dell’economia mondiale. “Securenomics”, in fin dei conti, è sicurezza ed economia al tempo stesso. La Reeves ha sicuramente il merito di aver inventato un azzeccato e efficace neologismo. Ma nella prassi parliamo di una tecnica che molti governi hanno già messo in pratica, indipendentemente dalle posizioni ideologiche, per resistere alle crisi di sistema degli ultimi anni.