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La Germania è in crisi industriale, e oltre a campi come l’automotive, costellati dalla riduzione senza precedenti dell’attività di Volkswagen, c’è da registrare l’arretramento dell’ambiziosa strategia di Berlino per diventare il cuore europeo della produzione di chip di ultima generazione. L’unico progetto di ampio respiro a rimanere in piedi è quello della taiwanese Tsmc, di Infineon e Nxp per lavorare, assieme a Bosch, a un impianto da 10 miliardi di euro, 5 dei quali piazzati dal Governo federale, per rafforzare la produzione europea.

Intel e Wolfspeed, le ambizioni troncate

Di recente, infatti, un secondo smacco, dopo quello arrivato da Intel a settembre, alla Repubblica Federale è stato inflitto all’industria tedesca da un gruppo americano. Il mese scorso Intel aveva annunciato la sospensione di un un investimento da 33 miliardi di euro destinato a creare a Magdeburgo, in Germania orientale, il suo maggior polo produttivo europeo, sulla scia della crisi e dei processi di ristrutturazione. Questo ha frenato un piano del governo di Olaf Scholz per consolidare la cooperazione tecnologica tra Berlino e gli Usa, re-industrializzare l’Est del Paese e dare spazio al più grande sussidio industriale della storia nazionale, pari a 10 miliardi di euro.

La scorsa settimana a ciò si è aggiunto lo stop di Wolfspeed, altro big americano dei chip, a un progetto dal valore di 3 miliardi di euro per un impianto strategico per produrre semiconduttori utilizzando carburo di silicio nella città di Ensdorf, nella Germania occidentale. Wolfspeed contava sulla crescita della produzione di auto elettriche per alimentare la domanda dei suoi raffinati processori, ma la crisi industriale tedesca ha colpito a cascata.

La crisi di Berlino può condizionare la corsa dell’Europa a produrre nel Vecchio Continente il 20% dei chip realizzati al mondo entro il 2030, come preannunciato dal Chips Act dell’Unione Europea. Obiettivo che, ha commentato Hw Upgrade, “ora sembra irraggiungibile”. Del resto, la corsa a costruire virtuose economie di scala passa dall’applicazione degli investimenti in settori in espansione: i chip non sono un fine di per sé della politica industriale ma la loro valenza strategica è alimentata dalla crescita della domanda in campi come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, la manifattura connessa e via dicendo. Gli attori europei competono tra di loro per quote di mercato ancora non abbastanza grandi da soddisfare tutti. Ma in quest’ottica chi può sorridere è l’Italia.

L’Italia sui chip tira un sospiro di sollievo

Lo testimonia il commento del Financial Times sullo stop di Wolfspeed in Germania. La testata della City di Londra ricorda che da alcuni mesi “Wolfspeed stava affrontando una crescente concorrenza da parte di rivali più grandi con maggiore potenza finanziaria: secondo TrendForce, ora è quarta nella classifica dei produttori di dispositivi di potenza in carburo di silicio, dietro STMicroelectronics, ON Semiconductor e Infineon”.

Di queste tre aziende, come noto, STMicroelectronics ha un forte radicamento europeo in quanto colosso italo-francese e di recente ha festeggiato il boom nei conti di un suo grande cliente, Tesla. Dunque una proiezione industriale transnazionale che precede l’attuale fase di vitalità degli investimenti e aiuta a farli atterrare con premesse solide.

A Catania St sta realizzando un impianto simile a quello cassato da Wolfspeed in Germania, con 5 miliardi di euro di investimenti inclusi 2 di fondi nazionali e del Chips Act europeo. E l’Italia attende l’avvio concreto del grande investimento a Novara della singaporiana Silicon Box, oggetto di recente di un incontro avvenuto nella città asiatica tra le autorità della Regione Piemonte e il Ceo Byung Joon Han che, nota di colore, è stato insignito nell’occasione del titolo di membro onorario dei Cavalieri del Tartufo e dei Vini d’Alba per cementare il suo contributo allo sviluppo della regione. Silicon Box, con l’impianto di produzione tecnologicamente avanzato nel settore dei chiplet, di cui abbiamo parlato, può fissare in Europa un nuovo standard tecnologico. E consolidare un trend che vede l’Italia tutt’altro che arrancante in questo settore, al contrario di Berlino.

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