Il 2025 sarà l’anno decisivo per l’industria chimica europea, che deve definire il suo futuro strategico alla luce di una scelta cruciale: la decisione di governo Meloni e Eni di chiudere la produzione chimica di base di Versalis, controllata dal Cane a sei zampe, nei siti siciliani di Priolo e Ragusa e in quello pugliese di Brindisi.
La chimica italiana e le sue sfide
Un passaggio decisivo e per molti analisti e addetti ai lavori quantomeno controverso: secondo un report Federchimica l’industria del settore in Italia è la terza d’Europa per valore aggiunto, contribuendo al Pil nazionale per 67 miliardi di euro. Tutto questo nonostante un trend declinistico del settore durato decenni, in Italia e in Europa.
Sul piano nazionale è ormai un lontano ricordo l’epoca degli anni ruggenti della chimica dell’Eni, della Montecatini e del gruppo Ferruzzi, mentre Federchimica ricorda che “negli ultimi vent’anni la quota di valore della produzione chimica europea sulle vendite globali è diminuita dal 28% al 13%, riflettendo non solo la crescita più lenta del mercato locale, ma anche un deterioramento di competitività”.
In quest’ottica, la scelta di Versalis di chiudere la sua produzione di chimica di base (tramite il processo del cosiddetto cracking) riflette sia le cause che le conseguenze di questo processo ed è una decisione difficile da leggere in un contesto che spesso vede le politiche industriali analizzate sulla base di dicotomie semplicistiche. Da un lato, è indubbio che questo processo privi l’industria italiana di una serie di componenti di base fondamentali per molte produzioni strategiche, ma dall’altro Eni stava vedendo Versalis trasformarsi in un buco nero.
Come mai Versalis riconverte
La testata di settore Polimerica, commentando il piano industriale 2025-2029 di Versalis, ricordava a ottobre che “Eni punta a ridurre drasticamente l’esposizione di Versalis alla chimica di base, settore che versa in una crisi strutturale e ormai irreversibile a livello europeo e che ha comportato perdite economiche intorno ai 7 miliardi di euro negli ultimi 15 anni”, trasformandosi in un onere improprio assorbito dalle casse del gruppo di San Donato Milanese controllato dallo Stato via Cassa Depositi e Prestiti.
In questa fase critica per l’economia europea, in cui nuovi protezionismi minacciano l’industria esportatrice dell’Ue e si rafforza una proiezione geoeconomica degli Stati a tutela degli asset critici, cosa conta di più? Il conto economico o la tutela di un pezzo di produzione strategico? La domanda rischia di essere una trappola ideologica. Pragmaticamente, si può dire che Eni con Versalis ha scelto di accettare l’inevitabilità di un mondo che cambia e di provare a giocare la partita dello spostamento dell’azienda su filiere più alte della catena del valore.
Adriano Alfani, amministratore delegato di Versalis, parlando con “Industria Italiana” ha giustificato la transizione dell’azienda con “la perdita di competitività causata dagli alti costi di materie prime ed energia, dalle dimensioni ridotte degli impianti rispetto ai grandi complessi di Medio Oriente, Asia e Stati Uniti e da una normativa europea particolarmente stringente”, sottolineando l’impossibilità di molti impianti di operare oltre il 70% della loro capacità e sottolineando la necessità di spostare su altri settori, dalle bioplastiche all’economia circolare dei materiali biodegradabili e dei polimeri.
Il quadro contraddittorio della chimica italiana
Del resto, anche attorno il panorama mostra un quadro contraddittorio. La vendita da parte del gruppo bergamasco Radici della divisione chimica al fondo di private equity statunitense Lone Star mostra la difficoltà del settore non garantito dalle major a mantenere il passo sugli investimenti strategici vista l’alta necessità di capitali che la chimica impone. Al contempo, chi è rimasto leader di mercato, come Mapei sulla chimica orientata ai materiali per l’edilizia e l’industria, o presidia nicchie di mercato sistemiche come Siad e Sapio nei gas industriali riesce a competere anche in un contesto che vede i player italiani lontani dai giganti europei, soprattutto tedeschi, per fatturato e risorse a disposizione.
La chiusura della chimica di base impatterà su questo tessuto? Forse, ma darsi per perduti significherebbe assecondare un declinismo che è poco giustificato per un’industria nazionale che su ogni settore, nonostante le difficoltà della produzione, si mantiene trainante per economia nazionale e export. C’è sempre un domani: all’ingegno italiano il compito di immaginarlo, anche nella chimica.