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Hunedoara è una cittadina di circa 70mila abitanti situata nel cuore storicamente ungaro-tedesco della Transilvania romena, un centro mai sfiorato dalla grande storia e che non salterebbe alla ribalta della cronaca se nei suoi paraggi non si trovasse l’esempio di quello che potrebbe diventare Taranto se la minaccia di Arcelor-Mittal di spegnere gli altoforni dell’ex Ilva, per ora scongiurata fino alle ultime settimane di dicembre, si materializzasse.

La storia delle acciaierie di Hunedoara è stata caratterizzata da uno sviluppo incrementale dall’apertura in epoca austro-ungarica (1884) alla caduta del regime comunista di Nicolae Ceuçescu, nel 1989, anno in cui l’impianto transilvano era tra i maggiori dell’Europa orientale. La disordinata corsa alla liberalizzazione economica della Romania postcomunista portò alla privatizzazione degli impianti e all’ingresso dei capitali indiani di Mittal che, prima e dopo la fusione con la francese Arcelor, ha sempre dato l’impressione di voler comprare Hunedoara per…depotenziarla. A Hunedoara nel 1993 lavoravano 20mila persone, ora solo 700. Dopo l’acquisizione, Mittal ha trasformato il sito in una distesa di rovine, perseguendo una strategia di distruzione di capacità produttiva funzionale al compattamento del business del colosso franco-indiano, che mira a una compensazione favorevole all’aumento dei prezzi.

Il sospetto che di fronte all’impossibilità di vedere materializzato lo scudo penale e gli esuberi desiderati i “privatizzatori” di Ilva abbiano pensato di ridurre definitivamente a zero le capacità di quello che è stato a lungo il più grande concorrente europeo non è un’ipotesi peregrina ma è forse la parte più interessante dell’istanza presentata dai commissari Ilva Giorgio De Nova, Enrico Castellani e Marco Annoni nel ricorso urgente ex articolo 700 al Tribunale civile di Milano. La strategia provocatoria di Am sul caso Ilva, infatti, presenterebbe “un inquietante parallelismo con la strategia che ArcelorMittal ha posto in essere alcuni anni fa rispetto a quello che avrebbe dovuto essere il rilancio del centro siderurgico di Hunedoara in Romania”. Accordi ballerini, provocazioni politiche, alternanza di strappi con le autorità e tentativi di riconciliazione. A cui si aggiunge il vuoto cosmico dell’assenza di una politica industriale coerente da parte del governo italiano. Il caso Ilva, nato dalle macerie della demolizione dell’Iri, segnala la necessità di una profonda riflessione.

Alessandro Malavolti, dirigente dell’Ama di Reggio Emilia, ha fatto notare a Repubblica che l’acciaio italiano dell’Ilva è strategico, in primis, per le società dell’indotto e per le dirette concorrenti operanti nel Paese come la sua impresa, il gruppo Arvedi e la Duferco, dato che il precipitare della crisi potrebbe produrre una conseguenza di “natura speculativa”, con un “aumento dei prezzi nell’ordine del 10-15 per cento” e, al contempo, un incremento delle importazioni che già in precedenza colmavano il gap del mancato rifornimento tarantino.

Il crollo dell’Ilva, dunque, avvantaggerebbe i grandi gruppi internazionali, tra cui la tedesca Thyssen-Krupp, che in Italia ha un ruolino storicamente poco invidiabile (specie sul piano giudiziario), e la stessa Arcelor-Mittal, colosso da 96 milioni di tonnellate prodotte l’anno. Mentre per l’Italia significherebbe un duro colpo alla sua integrazione nelle catene mondiali del valore, un pregiudizio a qualsiasi futuro ritorno nel settore, strategico, dell’acciaio. Il totale tradimento della semplice e magistrale lezione di Oscar Sinigaglia, padre di Finsider, che volle un grande comparto dell’acciaio perché, semplicemente, senza acciaio non ci poteva essere industria. L’inizio del tramonto definitivo del sistema Paese. Ai decisori politici ed economici bastava studiare il caso Hunedoara: gli inquietanti parallelismi avrebbero consigliato prudenza e capacità di risposta alle provocazioni franco-indiane.

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