Inizialmente l’Eurogruppo odierno avrebbe dovuto rappresentare la riunione decisiva per il passaggio della riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), la fine della “logica del pacchetto” invocata dal governo italiano e l’entrata in vigore della più controversa riforma in ambito europeo degli ultimi anni.

L’agenda del meeting è cambiato sull’onda lunga del deteriorarsi della situazione sanitaria ed economica europea a causa dell’emergenza coronavirus: aumento dei contagi, diffusione transcontinentale, deterioramento dell’economia e crollo delle borse hanno contribuito all’addensamento della tempesta perfetta. L’agenda, anticipata a inizio marzo dall’Ansa, è stata pertanto ribaltata portando al primo posto le misure anti-Covid-19, finora carenti in sede Ue.

Il Mes scivola dal primo al terzo punto, nelle “varie ed eventuali”, e viene stralciata l’idea di un political endorsement. Fin qui, come buon senso vorrebbe: il rapido svolgersi degli eventi e il grande problema causato, giovedì scorso, dalle dichiarazioni della governatrice Bce Christine Lagarde alle borse europee hanno acuito la depressione economico-finanziaria dell’Eurozona, imponendo nuove priorità.

Del resto, anche se congelata, la riforma del Mes è oramai completa nelle linee guida politichecon buona pace delle dichiarazioni divergenti del governo giallorosso. Compresa la facoltà di “commissariare” preventivamente i debiti pubblici dei Paesi Ue che ne fanno richiesta. Si può dunque pensare all’idea che il Mes sia, semplicemente, rimandato. Oppure che possa essere stato retrocesso per non farne palesare all’opinione pubblica la sostanziale incapacità di fare fronte a una crisi sistemica quale quella che pare prepararsi.

Come si chiede StartMag“Perché tanta fretta?” Perchè tanta precipitosità per la presunta necessità del Mes è venuta meno quando, secondo la retorica che lo sositene, si sarebbe reso più utile il suo sostegno? “Si voleva forse avere il MES riformato e pronto per applicarlo all’Italia che potrebbe presto averne bisogno, vista la latitanza della BCE? Oppure ci si è resi conto della sua sostanziale inutilità per salvare sia le banche che gli Stati, considerata la limitata potenza di fuoco (poco più di 500 miliardi per tutta l’eurozona) al confronto con le cifre che circolano in questi giorni? Basti pensare al fatto che l’economista Ashoka Mody ha parlato, solo per l’Italia di uno stimolo di natura fiscale nell’ordine di 500-700 miliardi”.

Nei dubbi della testata riecheggiano le richieste di modifica del Mes che erano state avanzate mesi fa dal presidente della Consob Paolo Savonache riteneva risibile l’idea di dare il ruolo di prestatore d’ultima istanza e risolutore straordinario di crisi a un’istituzione non dotata di poteri di spesa tendenzialmente senza limiti.

La sensazione che il Mes possa essere sommerso dagli eventi è ora molto forte, così come tutto il complesso di regole (dal Six Pack al patto di Stabilità) che istituzionalizzano l’austerità e appaiono anacronistiche di fronte alla necessità dei Paesi europei di riaprire i rubinetti della politica fiscale.

Mentre il Mes sarebbe un doppione di una Bce non dotata dei necessari poteri di spesa e intervento a sostegno dell’economia reale. Risultano ottimistiche anche le speranze di chi, da Enrico Letta all’economista Giampaolo Galli, ha fatto pressione sul Tesoro per chiedere l’aiuto del Mes attuale, così com’è. Gli EuroLeaks di Yannis Varoufakis hanno recentemente rilevato come sul breve periodo il Mes non abbia le forze necessarie per intervenire in maniera emergenziale.

Lo strumento risulterebbe non solo dannoso: sarebbe inutile. La repentina retrocessione nell’ordine del giorno ne ha dato un primo segnale. L’evoluzione della crisi, che ne dimostrerebbe l’obsolescenza, potrebbe dare il secondo. Il Mes rischierebbe di aumentare esclusivamente la confusione e i centri di decisione nell’architettura barocca dell’Unione Europea. Così poco adatta a reagire con prontezza alle crisi. Le trappole sono molte per l’Italia, così come le inside sul risparmio. Il Mes non si è fermato: il Mes, o meglio, la sua riforma, sta semplicemente passando in secondo piano in base alle esigenze politiche e mediatiche degli Stati nazionali. Ma questo non significa che l’Eurogruppo l’abbia rimosso dalle sue priorità: anzi. Sta accadendo esattamente il contrario. E quello scivolone della Lagarde potrebbe essere un pericoloso, quanto inquietante, segnale.

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