Il colpo alla fine è stato vibrato: Fabrizio Palermo non è stato riconfermato come amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti. L’ultimo, forse più importante, esponente della stagione in cui Giuseppe Conte era a Palazzo Chigi, che ha attraversato due anni e mezzo e una pandemia ma pare ora un lontano ricordo, è caduto. Dario Scannapieco, vicepresidente della Banca Europea degli Investimenti e draghiano di lungo corso, sostituirà Palermo a Via Goito.

Per la Cassa è una mezza rivoluzione. Palermo, come l’attuale presidente Giovanni Gorno Tempini, confermato dopo aver incassato la stima delle fondazioni bancarie, è arrivato ai vertici di Cdp per vie interne, essendo stato nominato dopo aver ricoperto per quattro anni (2014-2018) il ruolo di Chief Financial Officer. Scannapieco è invece una scelta proveniente dall’esterno, che si troverà a dover guidare ex novo l’istituto e a giudicare senza precondizoni di partenza progetti e sfide strategiche.

Mario Draghi ha scelto il suo fedelissimo ed ex consigliere in luogo di Palermo per imporre discontinuità. Palermo appariva troppo legato a una stagione precedente e superata, a un assetto di potere in cui predominante era il peso specifico del Movimento Cinque Stelle, a equilibri economici nazionali e globali che la pandemia prima e il cambio di governo poi hanno profondamente sovvertito.

Il manager 50enne che ha iniziato la sua carriera negli uffici londinesi di di Morgan Stanley, nella Divisione Investment Banking, per poi proseguire in McKinsey prima di approdare a Cdp lascia dopo un triennio decisamente in chiaroscuro. Non tanto perché gli si possano imputare errori catastrofici o azioni in grado di pregiudicare l’operatività di un’istituzione finanziaria che gestisce circa 250 miliardi di euro di risparmio postale e importanti partecipazioni e investimenti. Quanto piuttosto per un’azione poco energica nella governance, per una visione strategica ritenuta scarsamente in grado di offrire prospettiva, per una sostanziale preferenza per i giochi di potere romani rispetto all’attività operativa concreta.

Cdp in questi anni ha concluso l’accordo per partecipare al consorzio Euronext sostenendo Intesa San Paolo come partner italiano di Piazza Affari nel momento della vendita da parte del London Stock Exchange e ha guidato operazioni come la fusione Nexi-Sia per la creazione di un colosso dei pagamenti digitali a guida italiana. Ma sulla governance di Palermo permangono i profondi dubbi legati alla mancata conclusione degli importanti dossier su Autostrade e sulle possibilità di una fusione Tim-OpenFiber, non a caso tra i più urgenti che Scannapieco si troverà a dover maneggiare una volta entrato in carica. 

Palermo non è riuscito a sciogliere un profondo dilemma strategico che risulta decisivo affrontare nel quadro della definizione del futuro di Cdp. Se cioè essa debba risultare una sorta di “garante” della stabilità economica sistemica del Paese, fornendo allo Stato capitali e mezzi per intervenire in casi di crisi industriali e economiche svolgendo un ruolo di supplenza della politica economica, o se debba contribuire a progettare le linee di lungo periodo dello sviluppo nazionale. Prendendo la parte migliore della lezione dell’Iri della Prima Repubblica e trasformandosi in ciò che al conglomerato delle partecipazioni non è stato permesso di diventare negli Anni Novanta, come ha fatto notare Alessandro Aresu su StartMag. “All’Iri”, scrive Aresu, “non è stato consentito di sopravvivere, snellito e ristrutturato, per custodire un grande patrimonio culturale e svolgere due compiti essenziali: la promozione e la connessione di una scuola di manager industriali; l’investimento in ricerca e trasferimento tecnologico”. All’Italia, in questo momento, piuttosto che un Iri ne servirebbero tre. Servirebbe un Istituto per il Rilancio dell’Innovazione, un Istituto per la Realizzazione delle Infrastrutture, un Istituto per il Rafforzamento delle Imprese. In altre parole, l’Italia potrebbe conoscere una nuova stagione di fioritura dell’economia a gestione pubblica ricostruendo un progetto nazionale ben definito che attorno a Cdp può e deve trovare un punto fermo. Cdp può essere tutte e tre queste cose: ed è stato un errore di Palermo non capirlo.

Anche la questione della perdita de facto del controllo su Sace, la società di assicurazione per l’internazionalizzazione, nella fase in cui quest’ultima è stata cooptata dal Tesoro per fornire le garanzie alla liquidità durante la fase più dura dell’emergenza pandemica è sembrata una sorta di dimostrazione di sfiducia da parte di Palermo. Il quale non è riuscito a far esprimere a Via Goito una voce chiara in questo ambito.

Draghi ha voluto sanare un’asimmetria chiamando a Cdp una figura svincolata dal sottobosco del potere romano. A testimonianza dalla volontà di passare sopra i partiti e certe logiche di connivenza su cui Palermo ha provato a fare leva, puntando sui patroni esclusi dal governo ma non dalla maggioranza, per restare in sella a Cdp. Francesco Giavazzici hanno raccontato fonti interne agli ambienti istituzionali, non ha permesso a Palermo di ricevere udienza da Draghi a Palazzo Chigi nelle scorse settimane facendo da insuperabile antemurale. Oggi le nostre stesse fonti qualificate ci raccontano che sono da prendere con le pinze le voci che vogliono Palermo, disarcionato da Cdp, prossimo a sostituire Domenico Arcuri alla guida di Invitalia, holding pubblica diretta da tempo dall’ex commissario all’emergenza Covid.

Nelle scorse settimane a mezzo mediatico si erano diffuse altrettante, ripetute indiscrezioni che davano per cosa fatta la permanenza di Palermo in Via Goito. Fin dalle prime battute ci siamo impegnati a dimostrare che la realtà dei fatti era ben diversa. Analoga smentita hanno subito le voci che volevano l’ad di Leonardo, Alessandro Profumo, prossimo a saltare per far spazio proprio al manager in uscita da Cdp.  Il sistema di promozione e comunicazione costituito da Palermo e incardinato sulla Fondazione Cdp la cui presidenza è stata affidata all’ad di Simest, Pasquale Salzano, e la cui direzione generale a Mario Vitale, Responsabile Business Development della Luiss Business School, non è fruttato all’ad uscente nemmeno un incontro personale con Draghi: segno che una stagione è oramai al tramonto e che il partito dei contiani va via via sfilacciandosi. Palermo ha visto il suo bluff saltare: più per un bilancio in chiaroscuro della sua gestione che per limiti personali. Ma una poltrona pesante come quella di Cdp non può che richiedere risultati eccellenti come punto di partenza per una riconferma sicura.

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