Dario Scannapieco si è insediato da due mesi alla guida di Cassa Depositi e Prestiti e l’attenzione dell’ex vicepresidente “draghiano” della Bei per i dossier caldi e strategici sta già portando a una scelta delle priorità operative per la banca pubblica di Via Goito. Dall’innovazione al sostegno al Pnrr, dal rafforzamento della coesione territoriale alle infrastrutture, Cdp intende promuovere uno sviluppo integrato dei comparti più strategici del sistema-Paese superando i limiti della gestione di Fabrizio Palermo. Che con un mix di protagonismo economico e adattamento alle priorità della maggioranza giallorossa, e in particolare del Movimento Cinque Stelle, aveva di fatto costruito un sistema che rendeva Cdp quasi obbligata a occuparsi di ogni crisi industriale, situazione di incertezza o questione problematica delle aziende strategiche. Quasi fosse diventato un “bancomat” dello Stato.

Il nuovo amministratore delegato vuole rimettere ordine e, secondo quanto scritto da La Stampa, agisce con la dichiarata volontà di mantenere un basso profilo, mettere in campo un piano industriale funzionale alla ripresa del Paese e rendere coerente l’azione di un istituto depositario del controllo sulla gestione del risparmio postale e circa 500 miliardi di euro di attivo. Il quotidiano torinese aggiunge che con Scannapieco si sarebbe chiusa la volontà di fare di Cdp “la nuova Iri”. Ma è davvero così? Davvero necessariamente il paragone con il primorepubblicano Istituto per la Ricostruzione Industriale deve essere letto in negativo, come uno scampato pericolo? La situazione, per citare Giulio Andreotti, è un po’ più complessa.

Cdp-Iri, è davvero un dualismo?

Da tempo su Inside Over trattiamo della necessità di trovare nell’era post-Seconda guerra mondiale le lezioni maggiori per comprendere quali linee guida il Paese possa seguire per ricostruire le sue fondamenta politiche, economiche e sociali dopo un decennio di lunga crisi culminato nello tsunami pandemico.

L’Iri fu il principale pilastro della componente economica della ricostruzione assieme all’Eni di Enrico Mattei e, perlomeno fino agli Anni Sessanta, portò in campo il modello di economia mista che, prima dello sdoganamento del problema degli oneri impropri che lo portava a essere salvatore di imprese decotte e della globalizzazione, contribuì a rendere l’Italia una delle maggiori potenze industriali del pianeta. Tracciare un dualismo pensando a Cdp come una possibile “nuova Iri” è fuorviante perché in quel processo Via Goito era attiva e presente. Meno visibile, nel suo tradizionale ruolo di polmone per l’utilizzo del risparmio postale a fini produttivi e di investimento e per il sostegno ai territori Cdp fu però una grande protagonista della rinascita nazionale. Cdp esiste dai tempi del Regno di Sardegna, essendo stata fondata nel 1850 a Torino, oltre ottant’anni prima dell’Iri creato dal regime fascista e affidato a Alberto Beneduce e Donato Menichella per salvare le imprese e le banche travolte dalla Grande Depressione.

Nel corso dei decenni, chiaramente, la Cassa ha cambiato e mutato la sua funzione fino ad arrivare, a inizio Anni Duemila, ad acquisire un ruolo più strategico come detentore delle partecipazioni pubbliche di diversi enti strategici e come principale promotore di investimenti in innovazione, Pmi, venture capital in settori strategici. Un ruolo decisamente diverso da quello che l’Iri aveva acquisito tradizionalmente, muovendosi come conglomerato che dettava l’indirizzo e l’operatività alle partecipate attive in settori spazianti dalla siderurgia (Finsider) alle infrastrutture (Italsat), dalle telecomunicazioni (Stet) alla finanza (con le banche d’interesse nazionale). Sostanzialmente autonome nel promuovere le loro linee d’indirizzo.

Cdp e Iri, analogie e differenze

I due modelli presentano chiaramente dei punti di contatto. In primo luogo, chiaramente, la presenza di una mano pubblica alle spalle, che per l’Iri era legata principalmente al ministero dell’Industria e a quello delle Partecipazioni Statali e per Via Goito oggi è quella del Mef e di Palazzo Chigi; in secondo luogo, la tendenza a concentrare i prime contractor italiani nel settore sotto il loro cappello; terzo punto è la vocazione comune agli investimenti di medio-lungo periodo e una funzione di sostanziale supplenza alla politica nei suoi momenti di minore operatività.

Non secondarie, però, anche le differenze. La prima e più sostanziale è legata a un semplice dato di fatto: Cdp è la principale azionista dell’Eni, che ai tempi della Prima Repubblica agiva invece come conglomerato parallelo all’Iri, occupandosi della politica energetica e proiettandosi sul fronte internazionale lasciando all’Iri una maggiore capacità d’azione interna. Il fatto che Via Goito sia azionista del Cane a sei zampe impone, giocoforza, una riflessione su una proiezione globale che è resa ancora più necessaria dal differente assetto statutario che separa l’Iri di allora dalla Cassa di oggi, banca pubblica e fondo sovrano al tempo stesso. Infine, vi è il dettaglio della presenza all’interno dell’assetto azionario di Cdp della quota di minoranza delle fondazioni bancarie che crea un polmone diretto tra settore pubblico e privato e, soprattutto, tra realtà centrali e territori.

Trasversale a queste differenze è la presenza delle regole della globalizzazione, che hanno pian piano smantellato il modello ad economia mista, con tutti i suoi pregi e i suoi limiti, e ne hanno soprattutto archiviato la narrazione nel mondo politico ed economico italiano. Salvo poi causare al loro interno stupore e preoccupazione quando, puntualmente, il tema di una strutturata politica industriale si pone e quando si prende consapevolezza del peso che le partecipate pubbliche (Eni, Enel, Terna e Snam nell’energia, Leonardo e Fincantieri nella Difesa, WeBuild nelle infrastrutture e via dicendo) giocano tuttora nell’economia nazionale.

La pandemia di Covid-19 ha testimoniato questo cambiamento: lo “Stato-imprenditore” incarnato dal modello Iri è forse ormai anacronistico, ma questo solo perché si è affermata con sempre maggior forza la necessità di presidiare i settori più critici, proteggere le produzioni nazionali da scalate ostili, promuovere nel  Paese competenze, innovazione, nuovi mercati di fronte alla sfide incipienti della transizione ecologica e di quella digitale. L’intervento dello Stato deve essere molto più ragionato, funzionale alle logiche del capitalismo politico e del legame tra economia e sicurezza nazionale e portare alla definizione di un paradigma di Stato stratega capace di creare indirizzi di medio e lungo periodo. E come scrivevamo di recente, in quest’ottica non ci sarebbe nulla di negativo nel vedere Cdp trasformarsi nella versione più simile ciò che fu l’Iri dell’immediato secondo dopoguerra per la neonata Repubblica: il volano della crescita, dell’innovazione, del progresso industriale. A patto di evitare di diventare il collettore di aziende in perdita o il supplente della politica industriale nazionale.

A fare la differenza sarà sempre e comunque la politica, che ha nella sua disponibilità le linee guida d’indirizzo, la possibilità di abilitare investimenti con le manovre economiche e il Pnrr e il controllo del timing degli interventi e delle manovre. Cdp può essere, in fin dei conti, il laboratorio della nuova classe dirigente che serve al Paese. Prendendo esempio dalle migliori lezioni che figure come Alcide De Gasperi, Donato Menichella, Guido Carli, Enzo Vanoni, Giorgio La Pira hanno dato al Paese nella definizione della strategia per la ricostruzione la Cdp dell’era di Draghi e Scannapieco, che di questa genealogia episcopale di potere italiano sono gli eredi diretti, può portare risultati fondamentali. Si può essere degni eredi della prima fase dell’Iri senza ambire a diventarne, fuori tempo massimo, una copia.