Il 12 settembre Mario Draghi ha lanciato la nuova fase del quantitative easing, ridotta in termini di volumi d’acquisto ma non nelle ambizioni: Draghi mira a consegnare al suo successore, Christine Lagarde, un pacchetto impostato di riforme che funga da guida per l’azione economica europea dei prossimi anni.

Come mai questo ritorno al passato che concretizza le previsioni circolanti sin da maggio sulle nuove mosse dell’Eurotower e demolisce le previsioni del 2018 di un ritorno a una fase di tassi alti e restrizione monetaria? A giustificazione dell’azione di Draghi vi è il mutato quadro macroeconomico europeo e, in particolare, la crisi della Germania di Angela Merkel.

Berlino, vincolata dal suo pilota automatico politico su un proseguimento della strategia mercantilista e della politica di deflazione e austerità interna, è a un passo dalla recessione e in piena crisi. Il Pil e la produzione industriale sono in caduta, la guerra dei dazi colpisce l’export, il mercato interno non decolla, il tradizionale “campione nazionale” della finanza, Deutsche Bank, è il malato dell’Europa bancaria e il governo sembra essere arrivato, con anni di colpevole ritardo, alla conclusione che sia necessario intervenire con politiche di spesa in deficit per invertire la tendenza.

La Germania, che per bocca della Bundesbank è rimasta formalmente critica della mossa di Draghi, si appresta dunque a essere la grande beneficiaria indiretta del nuovo Qe di Draghi, che gli consentirà di procedere con le prime politiche in deficit dopo anni senza abdicare a un modello socio-politico diventato mainstream tra la sua opinione pubblica e potrebbe permettere alla Merkel di mettere in campo politiche capaci di difendere la Cdu dall’assalto elettorale convergente dei Verdi e della destra Afd.

L’ultimo anno ha infatti portato in emersione numerose contraddizioni dell’economia tedesca e segnalato quelle che non sono le classiche contraddizioni della sua governance politico-economica in Europa (rallentamento del resto del continente, svalutazione interna ecc.) ma vere e proprie deficienze dell’apparato produttivo: MarioDeaglio de La Stampa ha segnalato tra queste la vulnerabilità del settore finanziario, il ritardo del comparto automobilistico, la scarsa capacità di generare investimenti da parte degli altri comparti industriali, l’incapacità di capire il mutato vento globale e il condizionamento psicologico contro qualsiasi idea di spesa in deficit per finanziare crescita e investimenti.

Iniziative estemporanee, come la scelta della Merkel di alzare le pensioni per rispondere al disagio sociale della popolazione e incaricare il ministro dell’Economia Peter Altmeier di studiare un “fondo sovrano” contro i takeover stranieri di aziende tedesche, non sono state unite in un piano generale d’azione convincente. La Germania si ritrova ad affrontare le conseguenze di una politica economica eccessivamente focalizzata sulla conservazione di un esistente favorevole che va pian piano sbiadendo. Le difficoltà italiane di Alitalia trovano il loro contraltare teutonico nei guai di Lufthansa, che ha fatto registrare nella prima metà del 2019 una perdita di 116 milioni di euro contro un utile di 713 milioni nello stesso periodo dell’ anno scorso; la spesa per infrastrutture, falcidiata dalle politiche di pareggio di bilancio, è insufficiente; scelte strategiche discutibili come l’acquisto di Monsanto da parte di Bayer per 60 miliardi di dollari segnalano le difficoltà programmatiche dei campioni nazionali; Deutsche Bank è solo la vistosa punta dell’iceberg di un settore finanziario che da  Commerzbank in giù annaspa.

La Merkel, nel suo ultimo biennio di governo, si troverà di fronte all’improba sfida di preservare la centralità tedesca in Europa e la supremazia economica di Berlino di fronte a un mondo in evoluzione frenetica. L’esatto contrario di quanto desiderato dalla dottrina ordoliberista tedesca che fa della stabile governance statale di un sistema lasciato al libero gioco di mercato la sua stella polare. Logico che, senza dirlo, Berlino sorrida alle nuove scelte di Draghi: ma se la discontinuità significherà l’abiura delle scelte politiche su cui la Merkel ha costruito la sua immagine, è difficile immaginare che possa ottenere reale concretizzazione.