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Case green, auto e tasse: tutte le stangate di von der Leyen

Rigore, ecotasse e non solo: l'ultimo anno di Commissione è pieno di insidie per l'Italia

La Commissione europea guidata dalla tedesca Ursula von der Leyen è entrata nel suo ultimo anno di piena operatività: a maggio 2024 si terranno le elezioni europee e dopo il loro svolgimento sarà necessario rinnovare le cariche apicali dell’Unione europea. Ovvero la presidenza e la composizione dell’organo di riferimento della struttura sovranazionale, la presidenza del Parlamento europeo e quella del Consiglio europeo, organo supremo dell’Unione che rappresenta la conferenza dei capi di Stato e di governo.

La lunga marcia verso il 2024

Mentre sul fronte monetario è la Banca centrale europea a tenere banco con la discutibile linea retta tracciata da Christine Lagarde sul rincaro dei tassi, sul piano pragmatico delle riforme europee l’attuale assetto del binomio parlamento-Commissione che vede una maggioranza di fatto costituita da Popolari, Socialisti e centristi di Renew Europe spesso rimodularsi sulle proposte concrete e una presidenza formalmente popolare ma in mano a una figura ambigua come von der Leyen può riservare sorprese. E su diversi fronti, dall’ambientalismo militante al ritorno dell’austerità, le dinamiche europee possono produrre esiti complessi per Paesi come l’Italia.

Il premier Giorgia Meloni e il suo esecutivo di centrodestra mirano a equilibrare in forma pragmatica la tradizionale egemonia progressista nelle decisioni dell’Unione europea. Ma questo sarà possibile solo sulla scia di una ricomposizione del Parlamento e della Commissione dopo il voto del 2024. Nel frattempo ci sono almeno cinque sfide da tenere d’occhio.

La madre di tutte le battaglie: le regole di bilancio

Il primo fronte, decisivo, dove la Commissione ha già fatto una prima proposta e su cui nuovi interventi di Palazzo Berlaymont prima e del Consiglio europeo poi possono indirizzare negli anni a venire le posizioni politiche è quello della revisione del Patto di stabilità e crescita che pone le basi delle regole di bilancio per l’Europa dei Ventisette.

L’Ue impone con i trattati ai Paesi membri sentieri di rientro per i deficit che sforano il 3% del rapporto debito/Pil, per i debiti pubblici oltre il 60% del Pil e i sentieri di crescita dell’economia che sono condizionati da regole astruse come l’output gap, che dice addirittura che esista un livello ottimale di disoccupazione oltre cui l’economia non si espande eccessivamente.

I falchi dentro e fuori la Commissione vogliono nel 2024 far tornare in piena operatività un Patto di stabilità che aumenti i controlli e la censura sul bilancio dei Paesi comunitari, addirittura imponendo un taglio annuo di un ventesimo dei debiti eccedenti la quota del 60% in rapporto al Pil. L’Italia contesta questi automatismi e vuole difendere, assieme ai Paesi del Mediterraneo, la soglia della flessibilità conquistata con la risposta al Covid-19. Da qui a metà 2024, ricordiamolo, a governare le politiche di bilancio europee sarà, però, il vicepresidente Valdis Dombrovskis, falco lettone pro-austerità particolarmente attento all’Italia e ai suoi conti. E il suo irrigidimento sull’austerità è ben noto.

Case green, l’accordo che può minacciare l’edilizia italiana

Da monitorare anche i voti sul fronte delle direttive in via di discussione. In Consiglio europeo si sta discutendo, e potrebbe tornare alla Commissione, come sviluppare la direttiva Energy Performance of Buildings sulle cosiddette “case green” che impone tassi di ristrutturazione che per l’Italia potrebbero riguardare il 60% del patrimonio immobiliare. Portare a classe energetica D tutti gli immobili che sono poco efficienti entro il 2033 potrebbe costare all’Italia fino a 60 miliardi di euro.

Risulta nell’interesse del governo Meloni tenere duro e annacquare o rimandare la direttiva a dopo le elezioni europee del 2024. Nella speranza che un Parlamento europeo con una quota di popolari e conservatori più ampia e in asse con i liberali possa aprire a una difesa della casa da una grande “ecotassa” europea. Destinata a gravare assai più sull’Italia rispetto a Francia, Germania e altri Stati.

Lo standard Euro 7, stangata sull’auto?

Un’altra sfida da vincere è quella sugli standard automobilistici Euro 7 e sul fronte della messa in atto di protocolli per il governo delle emissioni di inquinanti come i NOx, l’ammoniaca e altri sottoprodotti della combustione e il prolungamento della durata di freni e pneumatici contro l’usura e l’inquinamento da microplastiche.

“La proposta di regolamento Euro 7 aumenterà”, secondo Il Sole 24 Ore, “i costi di produzione di automobili, furgoni, camion e autobus. Secondo uno studio di Frontier Economics per conto di Acea i costi per veicolo sarebbero superiori di circa 2mila euro per le auto e i furgoni con motore a combustione interna e molto vicini a 12mila euro se riferiti ai camion e agli autobus diesel”. L’approvazione dello standard potrebbe avvenire entro fine anno. E la partita si sovrappone alla sfida a tutto campo della normalizzazione della direttiva sul 100% elettrico al 2035.

Il no ai biocarburanti che danneggia l’Italia

Il passaggio, nel 2022, della normativa che impone l’azzeramento delle emissioni climalteranti e di fatto apre al 100% elettrico entro il 2035 per l’auto ha visto un primo emendamento passare per la Germania, che è riuscita a far passare gli e-Fuels di cui è primo produttore europeo.

Per l’Italia il rischio della catastrofe industriale si può controbattere se Roma riuscirà a creare una coalizione capace di aprire una breccia laddove l’Ue sta, invece, mettendo un veto: sul fronte dei biocarburanti di cui l’Italia è uno dei primi produttori su scala internazionale.

Con i biocarburanti, ha scritto IlGiornale, “si riciclerebbero da scarti di residui agricoli, oli usati e altri rifiuti che altrimenti dovrebbero essere smaltiti in maniera diversa: usati come combustibile abbatterebbero la CO2 fino al 100%. L’Italia è già all’avanguardia e in rampa di lancio per la loro produzione grazie a cinque impianti già operativi e in grado di produrli anche da soia, girasole, colza e mais”. Il proseguimento di un veto europeo come quello oggi in atto rischia di produrre danni industriali e di rendere meno competitivo il sistema-Paese dopo il 2035. E ribaltarlo sarà un obiettivo di Roma per il post-Europee.

Le tasse in arrivo sulla plastica

L’Italia deve, infine, attenzionare da vicino le pressioni comunitarie sul fronte dell’introduzione della Plastic Tax prevista dal piano Fit for 55 e approvata nel 2021 che finora è stata rimandata sia dal governo Draghi che dal governo Meloni nelle loro leggi di bilancio.

Salvo nuovi rinvii, Roma ad oggi dovrebbe far entrare in vigore nel 2024 tale tassazione e, ricorda ReMade in Italy, potrebbe comportare se “un’aliquota uniforme di prelievo sul peso dei rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati generati in ciascuno Stato membro” pari a 80 centesimi ogni chilogrammo. Un’aliquota da imporre alle imprese e da versare all’Ue, che Roma potrebbe però rinviare ulteriormente.

Dalla Commissione spingono perché Roma e gli altri Paesi membri mettano a terra tutto questo in tempi brevi. La vera sfida sta però nel fatto che, ad oggi, sia la Francia che la Germania non hanno ancora previsto itinerari legislativi per aggiungere questa tassa al loro armamentario fiscale. Roma, del resto, ha già in campo una tassa sulle plastiche monouso non riciclabili che andrebbe a sovrapporsi a quella europea. La negoziazione per l’Italia deve essere indirizzata nel senso di evitare nuovi salassi comunitari sull’attività economica dalle dubbie ricadute ambientali. Ed evitare che un europeismo ideologico si sovrapponga laddove politiche nazionali sono già arrivate.

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