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Caro Trump, impara da Reagan. Firmato: l’ambasciata della Cina

Strani ricorsi storici al tempo dei dazi. In questi giorni l'ambasciata cinese ha ripescato Ronald Reagan come simbolo anti-protezionista.

Se la guerra dei dazi scatenata da Donald Trump ha messo in subbuglio mercati e Governi di mezzo mondo, ha prodotto anche degli esiti…singolari.

In questo caos, può perfino capitare che l’ambasciata cinese negli Stati Uniti condivida una clip dell’iconico presidente repubblicano Ronald Reagan alle prese con una filippica contro i dazi nel lontano 1987. “Ronald Reagan contro i dazi: il discorso del 1987 assume nuova rilevanza nel 2025“, ha titolato la sede diplomatica nel post di lunedì scorso su X, insieme alla clip del messaggio di Reagan dell’aprile di 38 anni fa.

Cosa disse Reagan nel 1987

Nel suo discorso radiofonico del novembre 1987, l’allora presidente Usa lanciava un monito deciso contro il protezionismo economico: “Il protezionismo finisce quasi sempre per peggiorare le cose… I dazi e le barriere commerciali proteggono il passato, non il futuro. Costano miliardi ai consumatori, distruggono posti di lavoro e danneggiano la crescita economica”. Reagan definiva i dazi come una misura apparentemente patriottica ma, in realtà, profondamente lesiva della libertà economica e della prosperità a lungo termine. Reagan considerava i dazi come una minaccia esistenziale per l’economia americana, in grado di causare il collasso dei mercati, la distruzione dell’industria e la perdita di milioni di posti di lavoro. La sua critica si basava sull’esperienza diretta della Grande Depressione e sulla convinzione che lo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930 avesse aggravato la crisi economica, ostacolando qualsiasi tentativo di ripresa.

Ci sono persone in questo Congresso“, affermava Reagan, “pronte a sacrificare la prosperità americana per guadagni politici a breve termine, dimenticando che oltre cinque milioni di posti di lavoro dipendono direttamente dalle esportazioni, e molti altri dalle importazioni“. Un messaggio che oggi risuona con nuova forza, alla luce delle recenti politiche commerciali aggressive americane. Reagan denunciava come anche negli anni Ottanta una parte del Congresso fosse pronta a sacrificare la prosperità nazionale in cambio di un tornaconto politico immediato, cavalcando interessi particolari e ignorando il legame diretto tra milioni di posti di lavoro americani e l’export, così come l’import. Per Reagan, dimenticare tutto ciò non era solo un errore tecnico, ma una colpevole rinuncia alla responsabilità storica, un pericolo sistemico mascherato da patriottismo economico.

Perché Pechino ha ripescato il discorso di Reagan

Reagan smontò con precisione chirurgica l’illusione del protezionismo economico, evidenziandone l’impatto distruttivo sul sistema produttivo e commerciale degli Stati Uniti. Secondo il Presidente, le proposte di aumentare i dazi sulle importazioni venivano spesso presentate come un gesto patriottico, volto a tutelare l’industria nazionale e i posti di lavoro americani. Tuttavia, osservava come questi effetti si rivelassero temporanei e ingannevoli. Il vero problema, sosteneva, emerge nel momento in cui le industrie domestiche iniziano a dipendere dalla protezione statale, abbandonando progressivamente ogni sforzo di competizione e innovazione. Questo atteggiamento, incapace di sostenere la pressione dei mercati globali, alimenta un circolo vizioso: l’inefficienza cresce, la modernizzazione si arresta, e l’economia si indebolisce.

Non si è trattato di una coincidenza. Dietro questa scelta ci sono precise strategie comunicative e diplomatiche. Il rilancio delle parole di Reagan, dunque, va letto come una mossa diplomatica sottile: un appello al pragmatismo economico americano, ma anche una provocazione simbolica, che sfrutta la voce di uno dei leader più iconici dell’Occidente per lanciare un avvertimento su scala globale. Ripubblicando il discorso di Reagan, Pechino tenta di colpire al cuore della retorica conservatrice americana, sottolineando la distanza tra l’approccio trumpiano e l’eredità del più celebre leader repubblicano del XX secolo.

Senza dimenticare che Reagan considerava legittimo il Governo della Cina nazionalista rifugiatosi a Taiwan dopo il 1949 e non esitò a definire il Partito Comunista Cinese come parte del blocco autoritario da contenere. Eppure, durante la sua presidenza visitò la Cina nel 1984, accogliendo con favore i segnali di apertura economica del Paese e incoraggiando un percorso verso un sistema meno isolato. L’uso della figura di Reagan — simbolo del libero mercato e dello Stato minimo — conferisce peso e ironia al messaggio. È un’operazione di soft power, in cui la Cina utilizza i principi fondanti dell’economia americana per contestare le sue attuali scelte politiche.

La guerra narrativa della Cina

Nella sua analisi, Reagan evidenziava un rischio ben più grave: la reazione dei partner commerciali, che rispondono con misure speculari e danno avvio a escalation di guerre commerciali. L’aumento generalizzato dei dazi e delle barriere commerciali riduce progressivamente la concorrenza, alimentando un’economia sempre più chiusa, stagnante e autoriferita. Le conseguenze dirette, avvertiva Reagan, si traducono in un aumento dei prezzi, in un calo dei consumi, nella contrazione dei mercati e, infine, nel collasso di interi settori industriali. Le imprese chiudono, milioni di persone perdono il lavoro, e il sistema entra in crisi.

Pechino, oggi, non combatte soltanto una guerra commerciale, ma anche una guerra narrativa, cercando di guadagnare consensi presso aziende, agricoltori e consumatori statunitensi che temono gli effetti negativi di una nuova ondata di dazi. Una mossa astuta perché ridisegna Reagan come sostenitore del libero scambio — e, indirettamente, come voce utile alla Cina; esercita pressione su Trump, colpendolo dentro la sua stessa base ideologica, ma soprattutto parla a un’America che teme il ritorno di una guerra commerciale con prezzi più alti e mercati instabili. Non va dimenticato, tuttavia, che la mossa manca di profondità storica: il messaggio di Reagan, sebbene orientato al libero mercato, non contemplava le attuali criticità nei rapporti con Pechino, come il furto di tecnologia o le preoccupazioni legate alla sicurezza nazionale.

Reagan non offriva solo un giudizio sul protezionismo: metteva in guardia contro una tentazione ricorrente della politica economica americana — quella di confondere l’interesse nazionale con l’isolamento strategico, l’illusione della protezione. Il suo messaggio era tanto economico quanto culturale: un’economia che si blinda dietro i dazi è un Paese che rinuncia alla sfida dell’eccellenza e si condanna a un declino silenzioso, travestito da sovranità. La retorica del protezionismo continua a sedurre perché promette risposte semplici a problemi complessi. Ma come la storia ha già dimostrato — e Reagan ricordò con spietata chiarezza — le risposte semplici di solito costano carissimo.

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