Il rapporto sulla competitività dell’Unione Europea promosso da Mario Draghi, incaricato della relazione dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, ha aperto un ampio e complesso dibattito sul futuro dell’economia del Vecchio Continente. E il clima d’urgenza con cui l’ex presidente della Banca centrale europea e presidente del Consiglio italiano ha presentato il suo lavoro nella conferenza stampa del 9 settembre impone riflessioni sulle problematiche denunciate da Draghi.
In sostanza Draghi chiede più investimenti, più competizione interna, più integrazione europea e più focalizzazione sui settori critici (difesa, tecnologia, decarbonizzazione) per ottenere, al contempo, meno dipendenza dall’estero, meno frammentazione tra i mercati nazionali, meno “nanismo” per le imprese europee. Un’agenda di “distruzione creatrice”, per citare il pensiero dell’economista Joseph Schumpeter in passato spesso evocato da Draghi, che invita a costruire un’economia a uso e consumo dei più adatti al nuovo trend di competizione generalizzata su scala internazionale, cambiando radicalmente le fondamenta dell’economia comunitaria. Ma sulla cui attuazione è bene porre alcune domande fondamentali.
InsideOver ha letto con attenzione il report di Draghi (qui nella sua versione integrale) e lascia, di seguito, dieci domande aperte sulle sue prospettive e la sua attuazione. Fermo restando che il rapporto dovrà essere analizzato alla luce degli obiettivi delle forze politiche e della Commissione, riteniamo più utile porre questioni di metodo e contenuto su un tema che riguarda il futuro dell’Ue tutta, ovvero la definizione delle basi dello sviluppo europeo.
- In che misura l’obiettivo di spesa previsto da Draghi come necessario, pari a 800 miliardi di euro di extra-investimenti, e la volontà di rafforzare le politiche di messa in comune del debito si armonizzeranno con il vento di austerità di ritorno dalla Germania e con la presenza, alla guida della Commissione, di quell’Ursula von der Leyen che del rigore fu una grande sostenitrice?
- Draghi sottolinea, a nostro avviso giustamente, la necessità di rompere le dipendenze dell’Europa su energia, commercio, difesa. Invero, le soluzioni proposte non sono scevre da criticità. Partiamo dall’energia: Draghi raccomanda l’ampliamento di politiche congiunte di acquisto di gas naturale liquefatto dopo la fine della dipendenza dal gas russo. Come si sposa questo con la necessità di garantire prezzi energetici minori, visto il costo maggiore del Gnl rispetto al gas via tubo?
- Sulla svolta al 100% elettrico nel 2035 nel settore auto, Draghi riscontra come l’Europa abbia posto in essere l’obiettivo ambientale prima della strategia industriale. Si nota l’ampia penetrazione del mercato da parte dei veicoli elettrici cinesi come una conseguenza di questo fatto. Perché ogni ragionamento sul tema va nell’adattare industrialmente questa scelta a dinamiche economiche in cui l’Europa è in ritardo e, ad esempio, non si fa riferimento allo standard Euro 7, modello comunitario di efficienza e produttività oltre che di decarbonizzazione e riduzione delle emissioni nel campo del motore endotermico?
- Sempre sul fronte energetico, si propone di superare la frammentazione dei mercati energetici nazionali superando il fatto che il prezzo fissato in forma finanziaria sottragga risorse ai consumatori finali. In che misura si intende operare in un contesto che vede, dal Ttf di Amsterdam in giù, le Borse europee dell’energia profondamente integrate con quelle del resto del mondo?
- Sul commercio, Draghi propone una “politica economica estera” volta a facilitare l’approvvigionamento di materie prime strategiche per l’industria europea. In che misura operare laddove, su risorse come litio, rame e terre rare, l’iniziativa europea andasse potenzialmente a sovrapporsi o confliggere con quella di attori nazionali già presenti? Come coordinare gli approvvigionamenti per l’industria in proporzione alle necessità di ogni singolo Paese?
- Draghi ricorda che la frammentazione del sistema multilaterale ha ridotto il ruolo delle istituzioni globali garanti del commercio e che sempre di più le dinamiche geopolitiche condizionano quest’ultimo. Invoca, inoltre, una politica da costruire “caso per caso” e ad hoc a livello europeo. Come far coesistere tutto questo con le diverse priorità dei Paesi europei? Come far mettere tutto questo a sistema in presenza di una superpotenza esportatrice, la Germania, spesso in grado di condizionare da sé l’agenda europea?
- Sul campo della Difesa Draghi nota: “Non abbiamo ancora unito le forze nell’industria della difesa per aiutare le nostre aziende a integrarsi e operare su più larga scala. Nel 2022 gli appalti collaborativi europei hanno rappresentato meno di un quinto della spesa per l’acquisto di attrezzature per la difesa”. Ma il trend è crescente e le collaborazioni esistono: perché continuare a considerare l’Unione Europea come destinata, giocoforza, replicare il modello americano di integrazione? In che misura e a favore di chi ogni attore dovrebbe scegliere di cedere il controllo sui propri asset, in un contesto in cui Paesi come la Francia hanno dimostrato desideri egemonici sui progetti di Difesa comune europea?
- Ancora sulla Difesa: Draghi nota la scarsa interoperabilità tra i programmi, ricorda che “tra la metà del 2022 e la metà del 2023, il 78% della spesa totale per gli appalti è stato destinato a fornitori di Paesi terzi, di cui il 63% agli Stati Uniti”. Quali programmi a cavallo tra mondo europeo e atlantico dovrebbero aver priorità? In che misura far convergere le necessità di una veloce spesa per il procurement con i vincoli che demandare tutto a un’integrazione delle filiere imporrebbe?
- Non si coglie, dal rapporto Draghi, quali debbano essere le priorità degli investimenti. Da che fronte partire? Il rapporto appare potenzialmente à la carte, fatto per soddisfare tutti e non scontentare nessuno. Ma le azioni della Commissione dovranno ottenere il consenso dei Paesi membri e del Parlamento europeo. E se tutto è strategico si corre il rischio di non mostrare nulla come effettivamente tale.
- Infine, la riflessione che riassume tutto il resto: come mettere in campo un’agenda tanto ampia in un contesto in cui nuove sfide, quotidianamente, emergono in Europa e in cui la riforma proposta da Draghi rischia di essere percepita come calata dall’alto? Come farlo, in sostanza, nel quadro di una serie di Trattati e regole la cui applicazione segue pedissequamente le regole di un mondo globalizzato sempre più in difficoltà? Come possono farsene interpreti, infine, coloro che, da Draghi a Von der Leyen, rappresentano una stagione ormai passata, con le sue luci e le sue ombre, dell’era europea? Questi i temi che maggiormente andranno snocciolati. Pena la riduzione del report a mera elencazione.