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Il G7 canadese che si terrà in Alberta a giugno non vedrà solo il ritorno di Donald Trump al consesso dei grandi dell’Occidente ma anche il debutto in veste di leader del proprio Paese del neo-primo ministro canadese Mark Carney, presidente di turno del consesso, e del cancelliere tedesco in pectore Friederich Merz.

I casi paralleli di Merz e Carney

Cosa accomuna Carney, un liberal a tutto tondo, e Merz, rigoroso cattolico conservatore, e cosa li rende assimilabili al vulcanico e istrionico Trump? Un passato nel mondo degli affari che, se per The Donald faceva riferimento all’edilizia e alle dinamiche palazzinare di New York, per Carney e Merz punta direttamente verso il settore della finanza.

L’appena insediato primo ministro canadese, come ha riportato Guglielmo Calvi su queste colonne, ha lavorato per ben dieci anni nel colosso della finanza d’affari Goldman Sachs prima di passare dall’altra parte della barricata e divenire prima governatore della Bank of Canada prima e poi della Bank of England, primo straniero a guidarla dalla fondazione avvenuta nel 1694. Merz, nel corso di una lunga traversata del deserto dopo aver visto la sua posizione nell’Unione Cristiano-Democratica (Cdu) minata dall’ascesa di Angela Merkel a inizio Anni Duemila, ha invece lavorato come avvocato d’affari, membro del board e consigliere di diverse società, culminando la carriera con la guida del collegio sindacale di BlackRock in Germania dal 2016 al 2020.

Parliamo di un salto rapido, per entrambi, dalla finanza d’affari o istituzionale alle alte cariche politiche che racconta molto dei cambi di paradigma nella selezione della classe dirigente e della distribuzione del potere nelle grandi democrazie. In un contesto di tramonto delle grandi ideologie e delle grandi narrazioni, la finanza diventa supplenza come garanzia di rapporti, competenze e reti sociali che permettono a una figura politica di emergere e, inoltre, risponde alle esigenze di tempi incerti in cui ai decisori è chiesto di agire, spesso sul breve periodo, privilegiando quella che nel mondo aziendale viene chiamata l’execution rispetto alla strategy.

Francia e Usa, quando il business diventa potere

Non sono una novità, i casi di Carney e di Merz. Il presidente francese Emmanuel Macron, prima di entrare in politica, ha lavorato nella banca d’affari Rothschild, mentre l’ex primo ministro britannico Rishi Sunak ha lavorato, prima di essere eletto deputato nel 2015, per Goldman Sachs, nel fondo speculativo The Children’s Investment Fund Management, nella finanziaria Theleme Partners da lui co-fondata nel 2010 e come direttore presso Catamaran Ventures, l’azienda del suocero. E oltre al novero dei leader, spesso i titolari di altissime cariche di governo hanno un’esperienza nel settore finanziario.

In Francia il premier François Bayrou ha nominato alla guida del Tesoro di Parigi Eric Lombard, ex direttore di Bpifrance, la Cdp transalpina, banchiere con alle spalle decenni di carriera finanziaria, divenuto il primo esponente esterno al sistema partitico a guidare il ministero dell’Economia e delle Finanze francese dalla liberazione dall’occupazione tedesca nel 1944.

Negli Usa Scott Bessent, titolare del Segretariato al Tesoro, è stato un protagonista dell’ascesa di George Soros a grande speculatore prima di avvicinarsi a Trump. Altri alti manager e investitori nel governo Trump comprendono Doug Burgum, segretario all’Interno, e Chris Wright, segretario all’Energia, per non parlare del responsabile del Commercio Howard Lutnick, miliardario vicinissimo a The Donald. Anche Steve Witkoff, inviato speciale per il Medio Oriente, è un businessman: ha lavorato a lungo nel real estate e nello sviluppo di fondi immobiliari.

Questa tendenza è stata da tempo anticipata in Italia, dove negli anni scorsi alla guida del Tesoro sono emersi economisti e banchieri come Domenico Siniscalco ((2004-2005, governo Berlusconi) e Tommaso Padoa Schioppa (2006-2008, governo Prodi), o addirittura l’ex ad di Unicredit Fabrizio Saccomanni (2013-2014, governo Letta). E anche l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi, in una breve interruzione della lunga carriera da boiardo delle istituzioni pubbliche, ha lavorato come vicepresidente e managing director di Goldman Sachs tra il 2002 e il 2005, divenendo inoltre membro del comitato esecutivo dell’azienda newyorkese.

Una forte ibridazione tra politica e finanza

Insomma, l’ibridazione tra politica e finanza è sempre più stretta in un contesto in cui le decisioni che si prospettano per i decisori istituzionali sono sempre più “tecniche” sul fronte economico e in cui i condizionamenti esterni al potere elettivo e pro tempore di chi occupa le istituzioni crescono rispetto all’ordinario funzionamento della democrazia rappresentativa.

Questo interroga, in particolar modo, circa la sostenibilità del processo di fronte ai rischi di conflitto di interesse: presupponendo la buona fede dei diretti interessati, casi come un possibile intervento di Carney, in Canada, su istituzioni finanziarie legate al mondo presso cui ha lavorato o uno di Merz su gruppi dove, ad esempio, BlackRock ha interessi (si pensi al caso Unicredit-Commerzbank) necessiteranno di essere spiegati politicamente e con trasparenza. Pena un ridimensionamento della credibilità delle stesse istituzioni, già assediate su molti fronti e che non devono essere presentate come una depandance della finanza. Ai diretti interessati l’arduo compito di non deludere le aspettative.

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