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Carlos Tavares ha lasciato la guida di Stellantis, la multinazionale nata dalla fusione tra Psa e Fca nel 2021, di cui era Ceo dalla fondazione. Per il manager portoghese col cuore francese, a lungo Ceo di Renault prima di essere il volto della casa italo-franco-americana di cui John Elkann è presidente, la fuoriuscita è arrivata dopo che, in un contesto difficile per l’auto dei Paesi europei e occidentali, Tavares è riuscito a scontentare tutti.

Scontenti i fautori dell’auto tradizionale, che ne indicavano l’eccessiva fragilità verso la transizione al 2035 dell’Unione Europea; scontenti anche i più attenti sostenitori dell’elettrico, per i quali Stellantis non ha fatto abbastanza per la transizione green. Non sono soddisfatti i principali azionisti del gruppo, dal governo francese a Exor: da tempo, nota il Financial Times, “c’erano crescenti tensioni tra lui e gli altri membri del consiglio di Stellantis su come rimettere in carreggiata l’azienda dopo un forte calo degli utili dichiarati nel 2024 dovuto al crollo delle vendite negli Stati Uniti e in Europa. Le azioni di Stellantis sono scese del 43% quest’anno”, e il gruppo in borsa vale ormai la metà di Ferrari.

Nel terzo trimestre 2024 Stellantis ha perso il 17% di vendite in Europa e il 36% in Nord America. I ricavi da luglio a settembre sono scesi di oltre il 25% su base annua, da 45,1 a 33 miliardi di euro, mentre il gruppo ritiene che nel 2024 il flusso di cassa sarà negativo tra i 5 e i 10 miliardi. Per un gruppo che ha un’anima duale, quella nordamericana e quella europea, risulta difficile fare strategie ed economie di scala in un contesto in cui il mercato si ferma, le immatricolazioni calano nei principali brand (Jeep, Peugeot, Fiat) e anche la svolta elettrica, per un gruppo che ha detto di voler essere il primo gruppo carbon-free entro il 2038 ma di fatto è risultato l’alleanza di tutte le case spiazzate dalla transizione green, si è interrotta a livello di vendite.

Tavares, su indicazione degli azionisti, ha messo la firma su un piano durissimo di contenimento dei costi che è passato per la razionalizzazione degli impianti e del personale e un grande cambiamento del sistema operativo della compagnia. Trascurata da molti osservatori, a ottobre è emersa ad esempio la novità della revisione strategica della catena di fornitura del gruppo che, come riporta il portale Automotive Logistics, spinge la casa a cambiare la gestione del flusso di merci, semilavorati, automobili: “L’organizzazione della supply chain globale della casa automobilistica passerà dagli acquisti alla produzione. La funzione Supply Chain, che in Stellantis include logistica in entrata e dei veicoli, pianificazione della supply chain, gestione della domanda e della capacità, tra le altre, è stata combinata con l’approvvigionamento come global purchasing e supply chain, guidata dal chief purchasing and supply chain officer Maxime Picat“.

Una razionalizzazione che rispondeva all’esigenza di Tavares di abbattere i costi, e infatti nel 2024 saranno risparmiati 8,4 miliardi di euro, ma non sana la vera problematica del gruppo: come far coesistere le divergenti strategie europee ed americane sull’auto, specie ora che, con il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, l’industrializzazione a stelle e strisce sarà sempre più difficilmente sovrapponibile al piano 2035 dell’Europa. Aziende come Volkswagen del resto stanno già puntando a tutto campo sugli Usa, in cui il precetto “America First” varrà anche per l’attrazione di capitali stranieri.

Dove non cambierà molto? Per l’Italia, Paese che Stellantis sta vedendo, da tempo, come un asset di peso sempre minore. Tavares ha promesso una quota di un milione di auto annue prodotte nel Belpaese che appare irrealistica. Gli impianti girano a bassa efficienza, scioperi e discontinuità produttive continuano a essere l’ordinarietà. Ma non è una scelta del Ceo uscente quella di tagliare fuori l’Italia: è la strutturale scelta promossa dagli Agnelli-Elkann prima e dalla globalizzazione del marchio poi ad averla dettata. Ridurre a un Ceo una strategia strutturale sarebbe ridicolo. Con l’uscita di Tavares cambierà, forse, molto per la casa erede di Fca e Psa. Ma pensare che per l’Italia ci possano essere svolte epocali è, per ora, una pia illusione.

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