Per il sistema bancario italiani sono anni vissuti sull’ottovolante. Il dissesto del Monte dei Paschi di Siena, il confuso, inefficace e costoso processo di gestione delle crisi degli istituti veneti e centroitaliani tra il 2015 e il 2016 e, da ultimo, il caso Carige hanno contribuito a costruire un quadro a tinte fosche. In cui mala politica, inefficienze finanziarie e problemi di vigilanza si sono sommati, aggiungendosi a una vigilanza della Bce altalenante ma, fondamentalmente, punitiva verso i crediti deteriorati dei nostri istituti e a palesi errori della Commissione europea. La sentenza della Corte Ue sul caso Tercas, che ha bocciato la scelta di Bruxelles di ritenere aiuto di Stato il coinvolgimento del Fondo interbancario di tutela depositi (Fitd) nel salvataggio degli istituti in crisi, è in tal senso emblematica.

Si ritorna a parlare di banche in questo periodo perché la citata Carige e Popolare di Bari vivono settimane decisive per il loro futuro. Il Fitd è stato infatti chiamato in causa in entrambe le vicende al fine di risolvere le turbolenze di due istituti di taglia non irrilevante (4mila dipendenti Carige, 3mila Popolare di Bari) che hanno avviato le pratiche per rafforzarsi sotto il profilo del capitale e della sostenibilità.

Tercas, il piccolo istituto di Teramo che ha originato la slavina europea sul Fitd, consorzio bancario a adesione volontaria ritenuto dai tecnocrati pericoloso braccio dello Stato, è parte del gruppo di Popolare di Bari la cui necessità finanziaria è stimata attorno al miliardo di euro. “Per raddrizzare la sua situazione patrimoniale”, fa notare La Gazzetta del Mezzogiorno, “il gruppo pugliese ha chiesto aiuto al Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, a cui si dovrebbe affiancare la controllata statale MedioCredito Centrale”.

L’istituto del capoluogo pugliese assicura di stare “ponendo le basi per la stabilizzazione dei requisiti patrimoniali e il rilancio della redditività operativa”, ma bisognerà scalare la scogliera di Bruxelles. Il semaforo verde della Commissione Von der Leyen non è scontato, e il caso dell’istituto tedesco NordLb, il cui salvataggio non è stato definito aiuto di Stato, difficilmente farà giurisprudenza: la trazione comunitaria è nota, e la vigilanza sulle banche si è già dimostrata fallace nel momento in cui le banche italiane sono state oggetto di un’attenzione massacrante mentre i giganti dai piedi d’argilla di Berlino (come Deutsche Bank) e i loro tremendi problemi patrimoniali e di portafoglio venivano palesemente ignorati.

Carige, invece, ha ricevuto dalla Consob italiana e dalla Bce via libera all’intervento del Fitd nell’aumento di capitale da 700 milioni di euro approvato dal cda e dall’ad Fabio Innocenzi il 4 dicembre scorso. Il veicolo finanziato dal sistema bancario italiano potrà contribuire all’accrescimento del capitale della banca ligure che, ricorda Credit Village, avverrà su quattro “gambe”: “La prima è rappresentata dalla conversione del bond subordinato di 318 milioni in mano al Fondo volontario; una seconda tranche, da 63 milioni, è riservata a Cassa Centrale Banca; la terza di 86 milioni riservata agli attuali azionisti; la quarta è invece riservata al Fitd per 233 milioni”.

Abbastanza per cantare vittoria? Tutt’altro. La società di consulenza Prometeia ha previsto un margine operativo ridotto per Carige negli anni a venire, mentre per il 2019 il buco rimane pauroso. “Carige nei primi nove mesi ha registrato perdite nette per 594 milioni”, fa notare StartMag, “il dato netto porta le perdite attese a fine anno a 783 milioni rispetto ai 779 milioni di piano”. Abbastanza da assorbire pienamente tutti i fondi dell’aumento di capitale. La Consob ha ammonito che l’istituto non detiene quantità di capitale circolante tali da soddisfare le proprie esigenze attuali su base temporale annua, non smorzando i timori sul livello di allerta per l’insolvenza di Carige. Nel sistema bancario italiano, dunque, sono innescate due mine: la politica dovrà giocare, specie in Europa, bene la sua partita per far sì che siano propriamente disinnescate.

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