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“Oh, migliore dei mondi possibili, dove sei adesso?”. Si applica pienamente ai giorni nostri la frase simbolo del Candido, l’opera in cui nel 1759 il filosofo francese Voltaire descrisse in forma satirica e critica le pretese teoriche del filosofo tedesco Leibnitz dell’inevitabilità per la nostra specie di vivere nel migliore dei mondi possibili. Dopo che, anno dopo anno, sono venute meno tutte le illusioni reali e narrative che la globalizzazione e l’annessa ideologia economica avevano portato nelle popolazioni occidentali e dopo l’impatto del “cigno nero” della pandemia su un sistema già provato e in sofferenza la pretesa di un progresso inevitabile in termini economici, politici e sociali portato avanti dai cantori della globalizzazione neoliberista è definitivamente tramontata.

Resta il mondo, con le sue problematiche, la sua complessità e antichi conflitti interni alle società. Su cui oggi impatta a crescente velocità una rivoluzione tecnologica che sta plasmando nuovi processi economici, nuovi rapporti di forza, nuovi equilibri globali. La pandemia, “Giano bifronte”, ha ristretto lo spazio di applicazione della globalizzazione in termini commerciali e materiali, ma la ha accelerata sul versante tecnologico, plasmando un nuovo rapporto tra il capitalismo delle piattaforme e l’uomo. Molto spesso trattato come mezzo, e non come fine, nel processo economico regolato dai potentati digitali.

Così come la rivoluzione industriale del XVII secolo ha prodotto le sacche di miseria delle città inglesi, anche la rivoluzione tecnologica ha i suoi sconfitti, le sue vittime, gli invisibili portatori del peso più gravoso del progresso tecnico. I cui simboli sono i lavoratori della gig economy regolata dagli algoritmi, dalle applicazioni, dall’immateriale che si staglia con crescente forza sull’umano. “Candido” nel XXI secolo è il rider che pedala in una città anonima, iper-tecnologica e la cui vita è dettata dal ritmo delle applicazioni e della digitalizzazione protagonista dell’omonimo romanzo di Guido Maria Brera, finanziere e scrittore, e del collettivo “I Diavoli” che da anni svolgono un approfondito lavoro di studio e analisi sulle problematiche economiche del presente.

Candido pedala in un romanzo ambientato in un futuro prossimo, in un mondo regolato da un algoritmo e con una versione moderna di Pangloss, il precettore dell’opera di Voltaire, che appare come un ologramma in ogni angolo della città per ribadire l’ipnotico mantra: “Tutto va bene”. Candido pedala, per guadagnarsi i crediti sociali necessari a pagare ogni servizio nella società digitalizzata in cui opera e a potersi collegare con Cunegonda, l’ologramma su cui proietta i sentimenti. “L’immagine perfetta”, si legge nel romanzo, “che Candido ama ogni sera in videochat, quando, terminate le consegne in giro per la città con la sua bicicletta, può finalmente tornare a casa, chiudersi nella sua stanza, collegarsi al social network Voltaire e desiderare la ragazza più bella di tutte”.

Candido non è un romanzo luddista o contro la tecnologia, ma una critica ben consapevole di un mondo iper-tecnologico sempre più complesso, in cui lo spazio per l’umano rischia di essere pericolosamente messo a repentaglio e compresso e in cui l’uomo, atomizzato e isolato, appare sempre più come un ingranaggio nei processi della società digitale. Ma da dove nascono le riflessioni che hanno portato al romanzo? Qual è la rotta che ci dobbiamo aspettare per il futuro del rapporto tra uomo e tecnologia? Quello del “Candido” del XXI secolo è un futuro remoto, un ammonimento o uno scenario potenzialmente in grado di realizzarsi? Abbiamo voluto parlarne con gli autori del collettivo “I Diavoli”.

“Candido”, in un contesto lontano dal migliore dei mondi possibili dell’opera di Voltaire, è il simbolo del dimenticato, del “forgotten man”. Come si inserisce nel filone di riflessioni del collettivo?

Il lavoro su Candido è il simbolo del nostro lavoro collettivo di riflessione, che spazia dai grandi classici della letteratura e del cinema alla filosofia contemporanea per capire dove il mondo si sta dirigendo. Sulla scia di lavori di precursori come il Collettivo Ippolita, che tempo fa scrisse il testo fondamentale Tecnologie del dominio, abbiamo voluto utilizzare una metodologia multidisciplinare per capire le nuove rotte legate all’impatto tra tecnologia e società. In questo caso abbiamo voluto dare visibilità alla figura dell’invisibile, che riteniamo il silenzioso protagonista degli ultimi trent’anni di politica economica.

Trent’anni in cui le aspettative inizialmente proposte per il nostro futuro sono state largamente disattese…

“Partiamo dagli Anni Novanta: Wired parlava di “nuovo illuminismo”, prospettava un trentennio di boom economico senza fine. Saremmo stati più ricchi, più sicuri, più prosperi: qualsiasi lavoratore, di ogni classe sociale, è cascato nella trappola di questa illusione, in molti hanno estratto valore dalla rivoluzione tecnologica, ma la maggior parte non è entrato nel migliore dei mondi possibili che era stato prospettato”.

Per molti possiamo parlare di un vero e proprio salto nel passato?

“Esattamente. Non solo i diritti acquisiti tra gli Anni Sessanta e Ottanta si sono via via dissolti, ma anche le condizioni di vita e lavoro sono gradualmente peggiorati. Lo smantellamento delle leggi sul lavoro e l’atomizzazione hanno prodotto una riduzione del potere contrattuale degli invisibili di fronte al sistema delle aziende tecnologiche. La riscrittura del Candido nasce dalla volontà del collettivo di rileggere l’esperienza di ognuno di noi in rapporto alla tecnologia, scoprendo una molteplicità di approcci. Uno di questi, forse il più forti, è quello della gig economy di cui è simbolo la figura del rider, che non è altro che una rivisitazione sotto nuove forme del principio di sfruttamento del lavoro.”

Questo con buona pace dei fautori della “piena automazione” come panacea di ogni problema sociale…

“La tecnologia, per una generazione nata a cavallo di Internet, è stata vista come una forma dirompente di emancipazione, democratizzazione e circolazione libera di saperi. L’ottimismo e l’euforia non sono stati solo legati alla prospettiva finanziaria del settore tecnologico, ma anche alle possibilità offerte dalla tecnologia, poi gradualmente ribaltatasi nel peggior incubo con l’ascesa del capitalismo delle piattaforme e dell’orientamento esclusivo al profitto delle loro innovazioni tecnologiche. Questo ha fatto emergere la figura dell’invisibile, dei dimenticati che magari un tempo lavoravano nei call center e ora hanno come veri e propri “datori di lavoro” degli algoritmi. Anche per questo abbiamo, nel nostro lavoro, fatto riferimento al “frammento sulle macchine” contenuto nei Grundisse di Marx (i “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica” scritti dal filosofo tedesco tra il 1857 e il 1858, ndr) per affermare come l’automazione non abbia garantito all’uomo un futuro e un presente liberi dal fardello dei lavori più usuranti, liberando energie e creatività. Ci siamo trovati, come affermato, nel capitalismo della sorveglianza”.

Questione centrale trattata nell’omonimo saggio di Shoshana Zuboff. Il capitalismo della sorveglianza è l’ultima “mega-macchina” à la Mumford, l’ultima espressione del finanzcapitalismo di cui parlava Luciano Gallino, la rivoluzione tecnologica riporta alla sua iniziale (satirica) definizione il concetto di meritocrazia: l’uomo è isolato di fronte alla prospettiva che sia estratto sistematicamente valore dal suo lavoro. “Candido”, insomma, racconta le conseguenze della distopia digitale?

Il tema della distopia è centrale. Molti racconti della letteratura, del cinema, della televisione contemporanei sono distopie, come se non si riuscisse più a narrare il futuro tramite utopia. Riteniamo questo un fattore importante della nostra epoca: “Candido” omaggia autori del passato raccontando una distopia che, a differenza di quelle di venti-trent’anni fa, è diventata quasi reale. In un episodio di Black Mirror c’è come protagonista una ragazza americana che vive in un mondo legato al sistema di scoring sociale, che condiziona l’accesso a ogni evento e occasione sociale. Nemmeno Black Mirror, la serie tv che meglio ha narrato il rapporto tra uomo e tecnologia, riesce a vedere un futuro migliore. Nessuno riesce a raccontarlo se non come una nota drammatica: pensiamo all’ultimo romanzo di Dan DeLillo, Il silenzio, in cui si immagina per il 2022 un blackout globale. “Candido” immagina una distopia vicina nel tempo, praticamente un’utopia negativa. Nel nostro mondo liquido in cui la pandemia ha accelerato processi in atto da tempo, facendo emergere dei temi già presenti come quello dello strapotere del big tech, dell’esclusione degli invisibili e della questione femminile, l’ottimismo voltairiano del “Candido” è stato da noi ribaltato sulla società contemporanea, in cui l’immaginazione appare incapace di pensare una narrazione che abbia una sorta di happy ending. Proliferano le dimensioni distopiche in una forma di “What if?” continuo, che rende sempre più realistiche le forme di presente futuribile che sono state ipotizzate.

In questo senso, notiamo che nel vostro lavoro anche la narrazione della città in cui “Candido” si muove è funzionale a questa visione distopica…

Pensiamo anche solo al fatto che la città in cui “Candido” pedala è una anonima città globale, che potrebbe essere Milano come Londra o New York. La gentrification dei quartieri urbani di diverse metropoli del mondo, fenomeno che spinge ai margini i deboli e gli scartati, anticipa la divisione tra quartieri inclusivi e quartieri esclusivi che si vede nel romanzo. E c’è un legame diretto tra sconvolgimento del tessuto urbano e ascesa della tecnologia. La valle oscura di Anna Wiener racconta come una delle capitali della rivoluzione tecnologica mondiale, San Francisco, sia stata condizionata nell’assetto urbano dall’immissione di grandi quote di capitali nella proprietà degli immobili e di interi quartieri da parte di società tecnologiche e fondi ad esse legati, che hanno sconvolto il tessuto cittadino e espulso letteralmente migliaia di persone dalle loro aree tradizionali di residenza. Come ha scritto David Harvey, il capitalismo finanziario plasma territori ed ecosistemi, li riconfigura sulla scia dell’avanzamento dei capitali, riconfigura l’antropologia degli esseri umani sulla scia di un’idea individualista. E la tecnologia porta al parossismo questi principi che destrutturano ogni concetto di collettività e comunità, ogni idea di inclusione nelle città che diventano centri di omologazione e piattaforme per il profitto. La tecnologia plasma gli ambienti, plasma gli individui, uniforma i costumi: pensiamo alla facilità con cui dalla musica alla moda tramite le piattaforme tecnologiche si crei omologazione e alla natura omogenea con cui le persone tendono, in ogni Paese, a utilizzare i social network…e a essere sfruttate da questi! Anche la “ribellione” vera o presunta al sistema è incanalata dalle piattaforme digitali sui loro dispositivi e canali, come il caso GameStop e l’ascesa del cosiddetto “populismo digitale” di cui ha scritto il sociologo Evgeny Morozov hanno recentemente dimostrato.

Curioso è il fatto che negli anni in cui mostrava i suoi lati più problematici nei confronti della tecnologia sembra essersi sviluppato un positivismo di ritorno, una cieca fede nella tecnologia in quanto tale slegata da ogni riflessione etica sul tema. Già nel 2013 Benedetto XVI aveva avvertito contro l’esclusione dell’etica dalle riflessioni sulla tecnologia, mettendo in guardia contro il “prometeismo tecnologico” funzionale all’ideologia consumista. Che, nella somma tra ethos libertario e individualismo, ha nell’ideologia del big tech un punto apicale.

Milioni di persone sono fedeli a questa visione, ma parliamo di un positivismo funzionale al profitto, al business, alle piattaforme tecnologico-finanziarie che l’arte e la letteratura non riescono a incorporare, senza nemmeno riuscire a presentare un’alternativa critica. La Zuboff, nel suo saggio sul Capitalismo della sorveglianza, scrive riflessioni che in un certo senso sono state già superate, in peggio, dai fatti. C’è stata, in nome della vulgata del progresso tecnologico, una convergenza tra i metodi del capitalismo autoritario cinese e quelli del capitalismo delle piattaforme occidentali. Arrivati entrambi a sfruttare direttamente l’essere umano: al contrario della liberazione, che il richiamo a Prometeo evoca, c’è un rafforzamento dello sfruttamento. Questo si ricollega, nel “Candido”, alla figura di Cunegonda: anche la componente privatistica dell’essere umano viene sfruttata dalle piattaforme digitali. Cunegonda è la “digitalizzazione” del sogno del protagonista in cui l’ologramma e le immagini proiettano sentimenti veri. Un esempio del rapporto che l’uomo ha con i social network, fondata sulla fruizione diretta e, in un certo senso, indotta.

Dunque su una fruizione che privilegia l’istantaneo, il transitorio a ciò che si può radicare e consolidare?

Si, l’utilizzo dei social stimola in noi la cosiddetta memoria protesica. Quello di memoria protesica un concetto già di Freud ripreso da Lacan e da tutta la critical theory, in cui si dice che ieri ma anche e soprattutto oggi nella società delle immagini (la riproducibilità tecnica di Benjamin) che parte dalle opere di arte, poi la fotografia, poi esplode con il cinema e con la televisione, gli uomini non hanno più memoria interna, ma sempre più esterna: come se fosse una protesi appunto. Una memoria fuori da sé, che nel caso di oggi diventa facilissimo immaginare come un hard disk esterno, un luogo dove depositi i tuoi ricordi. Nel romanzo la mettiamo quando Candido ha come memoria di Cunegonda solo immagini e, mano a mano che non la vede più, perché è stato punito, nella sua mente l’immagine di Cunegonda fatta di pixel si frantuma, si dissolve fino a scomparire, perché era appunto una memoria falsa, virtuale, fatta solo di immagini, non penetrata nella sua mente ma appoggiata in un hard disk esterno.

Riassumendo, tra individualismo, atomizzazione sociale, “flessibilità”, isolamento di fronte alla tecnologia Candido appare l’uomo tipico schiacciato dal sistema neoliberista. Un sistema che la pandemia ha sotto certi punti di vista sconfessato, ma le cui componenti, specie sulla scia dell’ascesa dei colossi del digitale, restano ancora forti…

Dalla Grande Crisi alla pandemia, l’ideologia neoliberista ha prodotto disastri e problematiche. Nell’ultimo quarantennio e nell’era globalizzata in particolare è mancato il coraggio di pensare l’economia e il ruolo dell’uomo al suo interno con grandi idee e nuovi paradigmi. Si è sempre agito, pensiamo al Quantitative Easing o al Recovery Fund, nell’ottica della reazione a smottamenti sistemici, senza pensare a nuovi sistemi come il compromesso socialdemocratico del post-Seconda guerra mondiale. In questo contesto, un raro passo in avanti è garantito nel settore problematico della gig economy dal fenomeno del mutualismo. Negli Usa è uscito un saggio scritto da Sara Horowitz dedicato a questo tema, Mutualism, che mostra le forme di organizzazioni nascenti contro i meccanismi della gig economy: cooperative di rider che si appropriano degli algoritmi, si mettono in proprio, plasmano i loro diritti. Rari esempi partiti nel Nord Europa del 2016 si sono fatti strada ma senza poter competere veramente con i grandi potentati, capaci di lavorare in perdita sul core business e di guadagnare con gli afflussi di capitale garantiti dal contesto finanziario. Questo causa la distruzione dei mercati di prossimità e di interi sistemi merceologici in nome della conservazione di ristretti oligopoli. Lo squilibro tra capitale e lavoro è una costante della nostra epoca e mette a repentaglio la possibilità di realizzare forme mutualistiche.