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Economia e Finanza /
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La Serie A è sempre più internazionale. E la “globalizzazione” del calcio italiano passa anche dalla presenza di capitali esteri nella proprietà dei club. Con la promozione tramite play-off del Venezia, infatti, saranno ben dieci su venti le squadre di proprietà straniera che si presenteranno ad agosto ai nastri di partenza del massimo campionato di calcio.

Egemonia straniera in B

L’esito del campionato di Serie B ha di recente ampliato il numero di squadre di proprietà straniera che nel 2024-25 parteciperanno al massimo campionato. A vincere il torneo è stato il Parma, di proprietà del magnate americano Kyle Krause.

Promossa, come seconda, anche una vecchia conoscenza della massima categoria, il Como, tornato in A dopo 21 anni forte non solo della presenza in panchina dell’ex fuoriclasse del Barcellona, Cesc Fabregas, ma anche, se non soprattutto, della proprietà più facoltosa del mondo italiano del pallone: il gruppo Djarum, controllato dai fratelli indonesiani Robert e Michael Hartono, circa 25 miliardi di dollari di proprietà in due, “sovrani” del mercato delle kretek, le tipiche sigarette aromatizzate ai chiodi di garofano che spopolano nel quarto Paese più popoloso al mondo.

Da ultimi, sono tornati in A i lagunari del Venezia di proprietà di Duncan Niederauer, finanziere che è stato Ceo della Borsa di New York negli anni durissimi della Grande Recessione, tra il 2007 e il 2008. Tre squadre di proprietà straniera per sostituire Frosinone, Sassuolo e Salernitana, tre retrocesse dalla proprietà italiana e globalizzare ulteriormente la Serie A

Al vertice della A le proprietà straniere

Scorrendo la classifica della Serie A nella stagione appena passata, al contrario, si nota un’ampia prospettiva di club di proprietà straniera ai vertici. Prime e seconde le due milanesi: l’Inter, passata di mano in questi giorni dal cinese Stephen Zhang patron di Suning, al fondo americano Oaktree, seguita dal Milan di Gerry Cardinale, finanziere statunitense.

Terza è arrivata la Juventus, la cui proprietà resta formalmente italiana. Ma sulle vicende di “globalizzazione” dell’impero degli Agnelli-Elkann, sempre più americani e sempre meno italiani, non è necessario puntualizzare.

La via “americana” tra Bergamo, Firenze e Roma

Quarta, invece, l’Atalanta, vincitrice dell’Europa League, che ha come azionista di maggioranza lo statunitense Stephen Pagliuca, a capo del fondo Bain Capital e co-proprietario della franchigia Nba dei Boston Celtics. La Dea di Bergamo vede ancora la guida operativa ancora in mano allo storico patron, e socio di minoranza, Antonio Percassi, che ha macinato 163 milioni di utili dal 2010 a oggi, e che ha vinto la sua prima finale europea contro il Bayer Leverkusen a Dublino lo scorso 22 maggio contro il Bayer Leverkusen, che ha eliminato la Roma, sesta in classifica, a sua volta “americana”. Dan Friedkin è il titolare del club giallorosso, subentrato al connazionale statunitense James Pallotta.

Al quinto posto, tra l’Atalanta e la Roma, si è classificato il sorprendente Bologna tornato in Champions League dopo sessant’anni. La proprietà è canadese: Joey Saputo, imprenditore del settore caseario, è il deus ex machina del ritorno ai vertici dei felsinei. La Lazio di Claudio Lotito è stata la prima squadra dalla proprietà pienamente italiana, settima in classifica, appena davanti la Fiorentina. Rocco Commisso, magnate del broadcasting di New York, è invece proprietario della Viola che ad Atene ha perso con l’Olympiakos la seconda finale consecutiva di Conference League.

La A a stelle e strisce

Sei delle prime otto squadre della classifica con proprietà straniera, due neopromosse ad aggiungersi e una nona squadra, il Genoa del fondo di Miami 777 Partners, che con una salvezza tranquilla completa il quadro delle sette squadre a guida straniera della Serie A nel campionato 2023-2024. Destinate a diventare dieci nel 2024-2025. E nei prossimi anni altre potrebbero aggiungersi: ai play-off di Serie B si è testato per futuri appuntamenti di rango il Palermo di proprietà del gruppo calcistico a guida emiratina del Manchester City che il prossimo anno sarà una seria candidata al ritorno in A.

Si nota, tra queste proprietà, una predominanza statunitense: i manager e i proprietari a stelle e strisce sono spesso italo-americani interessati a portare capitali e prospettive manageriali nei club tricolori. L’Italia era terreno vergine su molti fronti: stadi di proprietà, gestioni economicamente bilanciate dei club, prospettive industriali e di investimento per aumentare i ricavi, potenzialità di ingresso in quote crescenti di diritti pubblicitari. I costi dei club italiani sono inferiori rispetto ai molto meno scalabili omologhi inglesi, e il nostro calcio non ha le strette regolamentazioni richieste in altri contesti come la Germania.

Bilanci in miglioramento

I risultati economici dei club di proprietà straniera hanno visto la scorsa stagione Milan e Atalanta “blindare” il bilancio con l’utile, una novità negli ultimi anni per i rossoneri e una costante invece dalle parti del Gewiss Stadium, e molte altre squadre (Bologna, Roma, Fiorentina in testa) recuperare molte delle perdite accumulate negli anni passati. Che i risultati europei contribuiranno, dopo lunghi investimenti, a ricucire.

Dieci proprietà straniere su venti squadre di Serie A, come minimo, stabiliranno un record nel campionato 2024-25. Non sembrerebbe andare in porto ad ora l’idea di una vendita, dopo due salvezze tranquille consecutive, del Monza, di proprietà di Fininvest, a un investitore straniero, come si è vociferato. Mentre andrebbe in controtendenza la possibilità di vedere il fondo con sede a Milano e Forlì Orienta Capital Partners rilevare i brianzoli, in una trattativa tutta italiana per il club biancorosso, definito da La Gazzetta dello Sport “un gioiello con ricavi in crescita e zero debiti”. Ovvero con un metodo gestionale più simile allo stimolo manageriale delle nuove proprietà che ai vecchi, fumantini metodi delle proprietà mecenatesche del calcio del passato. Ormai non più sostenibili in un calcio sempre più globalizzato.

Le serie minori

Complessivamente, il trend di vendita dei club a proprietà straniere non riguarda solo la Serie A. Oltre al citato Palermo, guardando alla Serie B si avranno almeno altre tre squadre di proprietà di fondi Usa nel prossimo campionato: Spezia, Pisa e il neopromosso Cesena. Quattro piazze gloriose hanno proprietà straniera in C: Padova (francese) e Triestina (Usa) si sommano alle curiose proprietà di Spal e Ancona. I ferraresi sono in mano all’avvocato di Donald Trump, Joe Tacopina; all’ombra del Conero si è invece insediata la prima proprietà australiana della storia del calcio italiano, quella di Tony Tiong. A cui si aggiungerà la proprietà americana del neopromosso Campobasso. Fanno diciannove proprietà straniere totali nelle prime tre leghe, dal centro alla periferia del calcio italiano. Questa è la globalizzazione del calcio, ma non solo. Anche lo sbarco di un modello diverso, più orientato al management dello sport spesso manchevole nei nostri club. La cui “conquista” spesso ha coinciso con una forma di rilancio e ripartenza delle prospettive sportive, e non solo. Rendendo più internazionale il mondo del pallone tricolore.

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