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La recente crisi energetica legata al tracollo della produzione saudita dopo l’attacco dei droni yemeniti a due impianti del Regno wahabita ha sconvolto i mercati petroliferi internazionali. Riportando in emersione, al contempo, il tema delle oscillazioni finanziarie dei principali benchmark petroliferi su cui il prezzo del greggio è calcolato.

La gravità dell’attacco in Arabia è verificabile dal fatto che il dimezzamento della produzione petrolifera saudita a cinque milioni di barili al giorno abbia impennato il prezzo di due diversi mercati del petrolio: quello di tipo Brent, il più comunemente scambiato, e il Wti (West Texas Intermediate), panieri che fanno riferimento a due tipologie di greggio estratte rispettivamente nel Mare del Nord e nel Sud degli Stati Uniti.

In entrambi i casi il prezzo del petrolio è calcolato quotidianamente (spot) sulla base di una serie di dinamiche riguardanti la relazione domanda-offerta, la variazione delle scorte, l’evoluzione politica e le sottostanti manovre finanziarie, venendo calcolato al barile (un barile di petrolio corrisponde a 159 litri o 135 chili di greggio). Storicamente i due mercati principali per lo scambio di petrolio erano il Nymex di New York e l’International Petroleum Exchange di Londra (Ipe), ma oggi quest’ultimo è stato sostituito dall’Intercontinental Exchange di Atlanta. Brent e Wti sono quotati dunque su due piazze statunitensi.

I tipi di petrolio si differenziano innanzitutto per caratteristiche fisico-chimiche, la gravità API (peso relativo del greggio rispetto all’acqua) e il contenuto di zolfo che permette di distinguere tra petrolio sweat e sour (quest’ultimo ha più dello 0,5% di zolfo). Brent e Wti sono ottimi punti di riferimento in quanto tipologie di greggio molto ben congeniali alla lavorazione industriale e alla trasformazione in benzina e gasolio: densi, con una quantità di zolfo ridotta che riduce i costi della raffinazione, adatti allo stoccaggio. Il Wti ha una gravità Api pari a 39,6 mentre il Brent presenta una gravità di 38,06, e risulta rispetto al “fratello” nordico un prodotto più pregiato, essendo inoltre maggiormente depurato dallo zolfo.

Storicamente, questo rendeva il Wti notevolmente più costoso del Brent. Ciò consentiva alle compagnie di trasportarlo via nave in America e di metterlo a competizione col Wti prodotto negli Usa. Da gennaio 2011 a oggi il prezzo del WTI è stato quotato a sconto del Brent (a volte anche con differenze di oltre 25 dollari per barile) dopo che negli Stati Uniti si è verificato il boom dello shale oil che ha portato Washington in cima alla classifica dei produttori mondiali. Inoltre, l’apertura delle nuove pipeline, la Keystone e la Gulf Coast, ha causato un calo relativo del prezzo del Wti.

Brent e Wti sono panieri che si basano su petrolio estratto in pozzi esterni sia all’Opec che alla Russia, tra i più importanti produttori mondiali, e risultano condizionati dalle grand strategies di tali attori. Molto spesso, è chiaro, in maniera convergente, come insegna il recente caso saudita. Inoltre, a complicare ulteriormente il quadro vi è il fatto che la maggior parte dell’incremento di domanda proviene dall’Asia orientale, area che non è centro di produzione di greggio ed è estremamente energivora. I due indici rimangono tuttavia due benchmark distinti. A cambiare definitivamente le carte in tavola potrebbe essere il calo della disponibilità dei pozzi nel Mare del Nord: dall’effettivo proseguimento dell’estrazione sistematica di Brent su larga scala dipenderà il mantenimento della sua rilevanza finanziaria.