L’uscita di Brembo dal capitale di Pirelli, dove la multinazionale bergamasca controllava oltre il 5,5% delle quote, rappresenta la fine di una promettente occasione per il capitalismo italiano di andare nella direzione dei trend di rafforzamento e consolidamento che su più fronti, da quello finanziario al campo industriale, sono in via di manifestazione in Europa.
Che cos’è successo tra Brembo e Pirelli
Brembo, vista la fine delle prospettive di fusione, non poteva non vendere ora: l’uscita da Pirelli ha garantito un ricavo di 280 milioni e una plusvalenza del 70% sul capitale acquisito nell’ultimo anno. Restano i dubbi gestionali. E non si può non pensare al fatto che la contro-scalata della finanziaria Camfin dell’ad Marco Tronchetti Provera su Pirelli abbia posto fine all’idea della fusione tra il gioiello della componentistica e la multinazionale degli pneumatici.
Una prospettiva sorta nel 2023 con l’idea di dare all’Italia un polo competitivo, integrato e capace di grandi economie di scala nei settori della filiera dell’automotive in una fase in cui il mercato globale del settore chiama, da anni, a consolidamenti ancora più massicci.
Tronchetti Provera, la cui Camfin ha superato la quota di un quarto del capitale di Pirelli, secondo azionista dopo Sinochem, non avrebbe voluto condividere la guida del neonato gruppo con Alberto Bombassei, patron di Brembo che dalla fusione con il gruppo milanese sarebbe emerso come primo azionista in termini relativi.
Un’occasione persa
Per la seconda volta, dopo lo stop di Sergio Marchionne alla vendita a Brembo di Magneti Marelli poi ceduta ai giapponesi di Calsonic Kansei (controllata dal fondo Usa Kkr), il gruppo di Stezzano leader dei sistemi frenanti vede rallentata una prospettiva di espansione. E per l’Italia già orfana della manifattura core del settore auto emerge il sapore dell’occasione mancata.
Una fusione Brembo-Pirelli avrebbe dato vita a un colosso da 10,5 miliardi di euro di fatturato capace di unire segmenti diversi e di competere coi grandi player della componentistica, come la tedesca Bosch, e degli pneumatici, da Bridgestone a Continental, su un piede di parità. Dando inoltre spunto a prospettive di crescita e aggregazioni future e, soprattutto, mostrando che c’era vita per grandi operazioni legate al mondo automotive e alla filiera fuori dal perimetro Stellantis-Exor-Agnelli/Elkann.
Prospettive future incerte
L’84enne Bombassei, che ha ceduto nel 2021 il comando dell’azienda al genero Matteo Tiraboschi, ha mostrato una visione dinamica in nome della tendenza alla crescita delle “multinazionali tascabili” di cui il Paese è ricco. In quest’ottica, la scelta del socio italiano di Pirelli di alzare il muro riflette una visione vecchio stampo delle grandi major del nostro sistema produttivo. E, al contempo, è indice della criticità a cui l’azienda è chiamata a rispondere dopo il golden power imposto dal governo Meloni sul futuro assetto delle azioni del primo socio cinese.
“L’applicazione della normativa golden power che ha definitivamente bloccato i piani cinesi aveva stupito il mercato finanziario per le motivazioni che l’avevano giustificata”, ha ricordato Lettera43. Il senso del patto era questo: “non possiamo lasciare acquisire un’azienda strategica per il Paese, poiché le auto a guida autonoma verranno gestite anche attraverso il dialogo tra i pneumatici intelligenti che Pirelli sta sviluppando con l’infrastruttura dei semafori e degli altri sensori piazzati lungo le strade”. Un gancio, questo, con cui Camfin ha di fatto stoppato la primazia di Sinochem e la sua corsa verso l’acquisizione della maggioranza assoluta in Pirelli, blindando, come ha scritto Luca Picotti sull’Osservatorio Golden Power, la sua primazia operativa venendo investita dal governo con i poteri speciali della capacità di nominare il top management.
Ridimensionati i cinesi, si poteva pensare in grande. Oppure proseguire sul sentiero già noto. Il dinamico capitalismo della provincia lombarda offriva una sponda a Pirelli per organizzare un nuovo futuro. Sul medio periodo la storia ha preso un taglio diverso. La finanziaria di Tronchetti Provera è più solida in Pirelli. Ma lo stesso si può dire della multinazionale della Bicocca e del settore industriale dell’automotive italiano? Questo è difficile affermarlo.

