Una nuova offensiva daziaria è stata lanciata dall’amministrazione Usa di Donald Trump ed è qui per restare, guardando all’ampiezza dei bersagli: dal Brasile al Canada, Washington rilancia su ogni dossier e in questo contesto è bene sottolineare che rispetto alla guerra commerciale dei dazi “reciproci” del Liberation Day (2 aprile 2025 e settimane seguenti), poi bocciata dalla Corte Suprema, questa serie di operazioni sdogana strumenti legali e politici più articolati. Pur non mancando di contraddizioni intrinseche.
Parte dal Canada la nuova guerra commerciale di Trump
Nei confronti del grande vicino settentrionale gli Usa hanno denunciato pratiche commerciali sleali, indicando la minaccia di imporre dal 20 agosto dazi fino al 50% su una serie di prodotti ben ritagliata rispetto a quelli centrali nel commercio Washington-Ottawa (dall’energia ai prodotti ittici) ma teoricamente compresi nel quadro dell’accordo Usmca esteso al Messico, firmato nel 2020. Si va dai prodotti caseari al cemento, dal vino ai mobili: la mossa di Trump è rivolta contro le prospettive economiche del Paese guidato da Mark Carney, e ha una ricaduta strategica in un contesto che vede Ottawa, da mesi, cercare una via autonoma da Washington in diversi dossier, ad esempio ampliando i contratti nella difesa con gli Stati europei o avviando in prima persona le esportazioni di gas naturale liquefatto.
L’Atlantic Council nota che Washington sta ponendo in essere manovre politiche tariffarie contro Ottawa accusando di pratiche sleali l’alleato settentrionale sulla base delle mosse che Carney e i suoi hanno fatto proprio in risposta alla guerra commerciale Usa del 2025. Ad esempio, l’Atlantic Council analizza che “il Canada ha mantenuto dazi di ritorsione del 25% su 19 linee tariffarie di automobili. Da quando sono stati imposti, le esportazioni statunitensi sono certamente diminuite, ma il calo è stato molto più pronunciato per i beni soggetti a ritorsioni” e il fatto che appellandosi alla Sezione 338 del Trade Act del 1930 Trump voglia imporre dazi fino al 50% non sembra benaugurante per la de-escalation in una relazione economica da 716 miliardi di interscambio, tra le più complementari del pianeta.
La tariffa contro il Brasile
E non finisce qui. La settimana scorsa Trump ha imposto dazi del 25% contro il Brasile dopo una lunga indagine del Dipartimento del Commercio sulla presunta concorrenza sleale di Brasilia, a cui potrebbe aggiungersi un’ulteriore penalità del 12,5% per le indagini sullo sfruttamento del lavoro forzato. Un dazio che approssimerebbe quello del 50% imposto nel pieno dello scontro tra Trump e l’omologo brasiliano Lula nel 2025 e che appare giuridicamente più radicato, almeno sul fronte interno, per resistere ai ricorsi alla Corte Suprema. Trump si è appellato al Trade Act del 1974 e non alla legislazione sui poteri d’urgenza usata nel 2025.
La Cnn nota però che gli Usa vantano un surplus commerciale sul Brasile e che il dato, pari a 14,4 miliardi di dollari nel 2025, è più che raddoppiato nel secondo mandato di The Donald. Questo appare sostanzialmente in controtendenza, almeno a livello macroeconomico, contro possibili accuse in tal senso. E mentre nel frattempo, come ricorda Yahoo Finance, The Donald alza al 100% la tariffa sui farmaci generici importati e si muove per utilizzare la leva del dazio al 10% generalizzato e delle tariffe sul lavoro forzato contro molti Paesi, è bene sottolineare che la logica del confronto commerciale resta una priorità strategica per Washington.
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I risultati incerti dei dazi
“La politica commerciale come arma coercitiva è chiaramente destinata a rimanere. Ma sta diventando più ponderata e probabilmente più mirata”, nota l’esperta commerciale del Financial Times, Soumaya Keynes, aggiungendo che per ora la politica daziaria sta apparendo generatrice di risultati misti: meno peso diretto della Cina nell’import, concessioni ottenute dai partner con la leva daziaria e aumenti delle entrate doganali, anche al netto dei rimborsi sui dazi ritenuti illegali dalla Corte Suprema, da un lato ma pochi impatti sulla produzione manifatturiera interna, scarsi effetti sul deficit commerciale complessivo e una spinta degli importatori a sostituire i prodotti daziati con beni di qualità inferiore dall’altro.
Insomma, l’opera di ingegneria commerciale della Casa Bianca non sembra essere destinata a fermarsi qui e, in prospettiva, viviamo una nuova era della politica tariffaria in cui Washington vuole usare tutte le frecce al proprio arco, permettendo alle sue tariffe di marciare divise e colpire unite. Ridisegnando una globalizzazione in cui per le merci le barriere diventeranno sempre più strutturali in nome della volontà statunitense di non essere spiazzati nella competizione globale manifatturiera e di non subire l’effetto crescente di deficit e concorrenze straniere.
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