Le borse mondiali sono in ripresa dopo l’avvio di una nuova fase di espansione monetaria trainata dalle banche centrali dall’inizio dell’anno. I mercati sono tornati a inflazionarsi, riassorbendo completamente i danni incassati nella seconda metà del 2018 e ritornando sopra una capitalizzazione complessiva di 80.000 miliardi di dollari.

A Wall Street gli indici hanno toccato i loro massimi storici il 23 aprile scorso, quando l’S&P 500 ha guadagnato oltre lo 0,8% e il Nasdaq, che si è impennato dell’1,2%, ha raggiunto quota 8.111 punti (nuovo record storico dopo quello stabilito ad agosto scorso). A trainare la crescita gli esiti delle trimestrali delle aziende americane, con il 78% delle imprese che ha riportato risultati economico-finanziari migliori di quelli previsti dal mercato. Il Value Line Index, calcolato geometricamente per misurare l’oscillazione media di un cluster azionario è, come riporta Market Watch, è cresciuto del 23% da dicembre.

“A dare la scossa è stato senza dubbio il cambio di rotta della Federal Reserve che ha rimandato a inizio anno nuovi rialzi dei tassi annunciando anche che a partire da ottobre smetterà di drenare la liquidità in bilancio”, scrive Il Sole 24 Ore. “Ma sono anche i dati macro, come le richieste di sussidi alla disoccupazione più basse da mezzo secolo, a convincere gli operatori che lo spettro della recessione (che manca all’appello da 10 anni, ed è anche questo un record) è ancora lontanino”, nonostante le continue diatribe tra l’amministrazione Trump, che prevede una crescita robusta attorno al 3%, e la Fed, che si mantiene su previsioni più caute.

Il quantitative easing globale messo nuovamente in campo dalle banche centrali è tornato ad inflazionare i mercati. Tanto da far ritenere possibile, nel medio periodo, il sorpasso alla capitalizzazione massima di tutti i tempi, toccata a quota 87.290 miliardi il 28 gennaio 2018. E una spinta propulsiva può venire anche dall’Europa: “al contrario dell’immaginario collettivo e della Brexit, la Borsa di Londra: l’indice Ftse 100 è a “soli” 6 punti percentuali dal riproporsi sulla soglia del 22 maggio 2018, quando entrò per qualche ora in un territorio inesplorato. Mentre la Borsa tedesca – con il DAX 30 che il 23 gennaio del 2018 marciava al picco di 13.596 punti – è distante 13 punti percentuali dal suo fulgore. Nonostante il recente buon andamento tra le Borse europee quella più lontana dai fasti è Atene, che dovrebbe risalire del 766% per ritornare a quel 17 settembre del 1999 quando l’indice Athex composite volava a 6.484 punti”.

Piazza Affari, invece, manca ai suoi record da 2000, ma allora si era ai tempi della fugace bolla del digitale, con quotazioni dilatate che coinvolsero tutte le principali borse. Più significativo il fatto che dal al 2 gennaio al 29 marzo il FTSE MIB ha portato a casa un ottimo +15,95%, performance record dal +41% del primo trimestre del 1998, che ha permesso all’indice principale di Milano di svettare sul resto delle borse europee.

I listini volano, dunque, trainati dal quantitative easing globale a cui le principali banche centrali (Fed, Bce, BoE, BoJ) sembrano essersi nuovamente adeguate. La principale criticità è il fatto che si tratti di una scelta pressoché obbligata. La precedente restrizione creditizia guidata, soprattutto, dalla Federal Reserve ha accentuato la caduta degli indici borsistici già palesatasi a partire dalla metà del 2018 e si è inserita nel filone del rallentamento dell’economia globale, non rivelandosi praticabile.

Ciò ha portato le banche centrali a ritrovarsi di fronte a un dilemma: la strada battuta in precedenza, ovvero il semplice abbattimento dei tassi di sconto e il rovesciamento di un diluvio di liquidità, manca di una reale cinghia di trasmissione all’economia reale, pecca principale della governance economica degli ultimi anni; d’altro canto, nemmeno la più rigida ortodossia mercatista avrebbe giustificato un repentino incremento dei tassi in una fase che vede l’economia internazionale in crescente affanno e la volatilità dominare i mercati. Fallito il tentativo di ricattare i mercati per spingerli alla normalità, le banche centrali si sono trovate costrette a non poter tornare più indietro.

Ritirare massicciamente liquidità avrebbe accelerato l’arrivo dell’inverno della recessione globale che ancora minaccia le economie più sviluppate. Proseguire come si sta ora facendo consente invece alle borse di accelerare nel recupero dai danni del 2018, oramai pienamente riassorbiti, ma non tiene in dovuta considerazione le dinamiche dell’economia reale, della produzione e del lavoro. Portando a una crescente divaricazione tra l’esplosione verso l’alto degli indici e i sottostanti reali. Generando contraddizioni che rischiano di causare problematiche ancora più gravi di quelle che si vogliono ora lenire nel momento in cui la fase di inflazione delle borse avrà termine.