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La guerra commerciale scatenata dall’amministrazione di Donald Trump ha per ora avuto come conseguenza diretta un vero e proprio schianto di Wall Street, colpita nelle sedute del 3 e del 4 aprile da un tracollo paragonabile solo alle sedute dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 a New York o alle prime battute della pandemia di Covid-19 nel 2020.

Il tracollo dell’indice S&P500

Il principale listino di New York, l’S&P500, ha subito un tracollo superiore al 9% sull’intera settimana, il peggiore dall’era-Covid. Il listino delle “blue chip”, i titoli di punta del mercato americano, ha subito un calo del 4,8% giovedì e una ricaduta ancora peggiore, -6%, venerdì. Il Financial Times stima in 5.400 miliardi di dollari la perdita complessiva accumulata dal listino nei due giorni, come se in 48 ore si fosse volatilizzata una somma di risorse pari ai Pil di Francia e Italia. I miliardari dell’entourage di Trump, dai tecno-oligarchi ai campioni della finanza corsara, hanno subito in prima persona danni: i 500 uomini più ricchi del mondo hanno visto i loro patrimoni ridursi di 208 miliardi in due giorni.

Trump realizza coi dazi il sogno redistributivo del suo critico democratico Bernie Sanders? Ironie a parte, il calo dei mercati finanziari ha prodotto uno schianto epocale che va ben oltre la pur comprensibile tendenza alla correzione di Borse che erano sovraccaricate dai trend del 2024: la corsa all’Intelligenza artificiale, la concentrazione di Wall Street su un numero di titoli tanto ridotto che all’inizio dell’anno dieci titoli concentravano il 38% della capitalizzazione totale del listino S&P500 (una situazione mai vista dalla Guerra civile a oggi) e la ricerca da parte degli operatori di una scusa per uscire da Borse sovraprezzate e costose, sono sicuramente una base di riflessione utile a capire perché una correzione fosse attesa. Ma non finisce qui.

Rischio recessione a Main Street

Negli ultimi mesi, le principali società finanziarie di Wall Street avevano spinto verso i loro clienti la possibilità di acquistare Etf e altri prodotti che li avrebbero resi protagonisti della sardana finanziaria di Wall Street, pur sapendo che i limiti fisiologici di crescita erano raggiunti. Tanti risparmiatori comuni sono stati travolti dalla recessione degli ultimi giorni. “Un sistema che si comporta così, lo fa perché senza barare non è in grado di vincere. Solo di calciare in avanti il barattolo. Aspettando l’ennesimo miracolo sotto forma di Quantitative easing o affine”, commenta Mauro Bottarelli su Il Sussidiario.

Tra un Trump che è disposto ad affrontare i rischi di una recessione e una Borsa in cui i lavoratori di Main Stret hanno creduto affidando i loro risparmi a Wall Street, rischia di andare in cortocircuito la mossa della Casa Bianca di mettere il focus delle priorità su taglio al debito e re-industrializzazione. A Washington si spera che a risolvere ogni problema arrivi la Federal Reserve, con nuova liquidità e tagli ai tassi. Una riedizione del post-2008 che però allora fu messo in campo dopo una feroce recessione e una compressione dei mercati. Qualcosa che nessuno vuol veder ripetersi oggigiorno, tantomeno The Donald.

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