Sono numeri da Grande Depressione quelli che sembrano andare delineandosi per l’economia statunitense sotto i colpi della crisi da coronavirus: non solo i tre anni di crescita targati Donald Trump ma anche parte della ripresa complessiva post-Grande Recessione rischiano di essere azzerati qualora il secondo trimestre presentasse realmente un conto del -30% del Pil, mentre i consiglieri economici di Donald Trump prevedono che entro fine anno gli States dovranno confrontarsi con una disoccupazione del 16%.

Nelle ultime sette settimane l’amministrazione ha messo in campo un programma economico estremamente espansivo per ovviare ai rischi di una possibile recessione di lungo periodo, sdoganando una manovra da oltre 2 trilioni di dollari per garantire liquidità alle imprese, sostenere le quotazioni delle imprese maggiormente in difficoltà e garantire con l’helicopter money i consumi e la tenuta della stabilità economica dei cittadini.

Nello stesso periodo la Fed ha completamente stravolto le sue capacità di intervento a sostegno dell’economia e delle imprese. La Fed ha iniziato ad acquistare obbligazioni corporate sul mercato e, al contempo, si è mossa per garantire liquidità su una base temporale lunga fino a quattro anni per compagnie potenzialmente in crisi in cambio dell’emissione di nuovo debito acquistato direttamente dal suo sistema.

Fino ad ora i risultati hanno portato a effetti ben più benefici sui mercati finanziari rispetto a quanto accaduto nell’economia reale. Il Financial Times ha analizzato l’andamento delle borse e del mercato occupazionale statunitense nelle sette settimane di lockdown, arrivando a trarre la conclusione di una grande divergenza.

La Federal Reserve ha completamente monetizzato il deficit di Washington, ma la politica fiscale non ha scelto una soluzione favorevole alla tutela massiccia dei posti di lavoro e della loro sicurezza, preferendo la strada tradizionale e fallace del “socialismo per i ricchi”: liquidità alle borse, intervento a sostegno di imprese in crisi (incluse quelle maggiormente a rischio del comparto industriale ed aeronautico) e salvataggio dei valori borsistici a scapito del lavoro e dei redditi. In questo contesto, rileva il Ft, il Nasdaq, indice di Wall Street dei settori tecnologici, ha completamente riassorbito la batosta di febbraio e marzo, mentre l’S&P500 ha già recuperato oltre due terzi del terreno perduto nella tempesta di inizio pandemia.

Sul fronte dell’occupazione invece per gli Stati Uniti è notte fonda. Il quotidiano della City ha fatto notare anche la spaventosa impennata del tasso di disoccupazione, salito al record del secondo dopoguerra (14,7%) dopo che ad aprile 20,5 milioni di statunitensi hanno perso il loro posto di lavoro sotto la spinta del crollo dell’economia reale. In totale sono 33,5 milioni gli americani che nell’ultima settimana hanno fatto richiesta del sussidio di disoccupazione (jobless claims).

La crisi del coronavirus rischia di esacerbare la grande problematica dell’economia statunitense: valori di borsa sempre più elevati, distribuzione della ricchezza sempre più diseguale. Senza contare che molti disoccupati rischiano di perdere, assieme al lavoro, anche la fondamentale assicurazione sanitaria. Una catastrofe occupazionale rischia di impattare enormemente sulle prospettive di rielezione di Trump e di far venire a galla la grande contraddizione del suo mandato: un Presidente votato dal cuore impoverito dell’America industriale ha prodotto con la sua riforma fiscale le condizioni perchè si verificasse il più grande travaso di ricchezza dal 99% all’1% della popolazione della storia statunitense. I super-ricchi di Wall Street non sono mai stati ricchi come prima della crisi, mentre nelle ultime settimane il patron di Amazon Jeff Bezos incamerava 25 miliardi di dollari di nuovo patrimonio, Elon Musk ben 5 miliardi e Eric Yuan, ad di Zoom, oltre 2,5 miliardi.

Emblematico della situazione americana è il caso di Disney, compagnia in cui l’ex ad Bob Iger guadagnava nel 2019 oltre 900 volte lo stipendio medio dell’azienda. Il colosso dei media e dell’entertainment ha messo in congedo non retribuito 100mila dipendenti per risparmiare mezzo miliardo di dollari al mese e al contempo ha visto risalire il valore delle sue azioni da 85 a 112 dollari tra il 23 marzo e il 7 maggio. Finanza contro popolo, lavoro contro borsa, Main Street contro Wall Street: la relazione tra le due anime dell’economia americana, a lungo virtuosa, rischia di trasformarsi in un conflitto di lungo periodo. E per gli Usa, che arriveranno alla fine dell’anno più difficile della loro storia recente all’appuntamento elettorale, questo rischia di essere un problema di difficile soluzione.

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